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“Accordo” raggiunto al Vertice Europeo

Col vertice europeo di Bruxelles si è arrivati alla firma del nuovo patto di bilancio UE, accordo che rafforza la disciplina fiscale comunitaria, imponendo regole comuni di rigore sui conti, sull’occupazione e sulla crescita.
Il nuovo Trattato in materia di bilancio (“fiscal Compact”) impone agli stati membri dell’UE la regola aurea del pareggio di bilancio. Cioè la gestione ordinaria dello Stato non dovrà più produrre deficit, vale a dire, in parole semplici, che le uscite non potranno essere superiori alle entrate (cosa diversa dal deficit è il debito pubblico che, in maniera molto semplificata, possiamo dire essere costituito dalla somma dei Titoli di Stato emessi). In caso di deficit superiori al 3% del PIL sono previste sanzioni automatiche.
Accordo raggiunto anche sul nuovo Fondo salva-Stati (ESM), che con una dotazione di 700 miliardi, potrà intervenire per un importo massimo di 500 miliardi per aiutare paesi in difficoltà.
Inoltre si è previsto un impegno comune degli stati Ue a favore di un fattivo impegno all’incremento occupazionale, soprattutto giovanile, con un obiettivo ambizioso: entro 4 mesi dal diploma i giovani possano ricevere un’offerta di lavoro di buona qualità.
Mario Monti, pienamente soddisfatto dell’accordo, dichiara che l’Italia ha ottenuto il miglior risultato pensabile. Ed è indiscutibile il fatto che il nostro Paese sia finalmente tornato a sedere a testa alta nei vertici europei.
Sicuramente l’accordo raggiunto è molto positivo per l’Unione Europea, anche perché una zona che adotta una moneta unica non può avere politiche di bilancio diverse da Stato a Stato, in quanto questo provoca,  per varie ragioni, tensioni valutarie. 
Ma quello che salta agli occhi è il fatto che l’accordo non è stato raggiunto in maniera semplice. Infatti, sul Fiscal compact,  la firma non è stata unanime, ma Gran Bretagna (come da previsioni) e Repubblica Ceca non lo hanno sottoscritto. Inoltre il Trattato dovrà essere ratificato nei vari Paesi. La Francia fa sapere che ciò avverrà solo dopo le elezioni presidenziali (e il candidato dello schieramento opposto a Sarkozy già dichiara che chiederà di modificarlo), in Irlanda i sondaggi dicono che la popolazione vuole che sia sottoposto a referendum, la posizione polacca è molto dubbia, l’Olanda mostra resistenze, ecc.
Purtroppo, spesso, abitare in 27 nella stessa casa è abbastanza difficile. E sono comprensibili le posizioni di chi è recalcitrante a dare una mano a chi è in difficoltà perché spesso non ha saputo o voluto utilizzare le proprie ricchezze in maniera avveduta, abbandonandosi agli sprechi o agli eccessi. Ma è pur vero che nella casa adesso ci siamo e la caduta di uno comporta, inevitabilmente, un effetto domino. E anche la Germania, che in questa situazione di crisi, sicuramente per suoi meriti, ci sta guadagnando, non può più chiudere gli occhi  di fronte alla grave situazione finanziaria di altri Paesi europei.
Il problema comunque rimane a monte. Si è voluto costruire un’Europa finanziaria, prescindendo dalla costruzione dell’Europa del popolo, pensando che il vivere in un mercato unico, con un’unica moneta ci avrebbe resi una sola nazione. Si sono voluti nascondere 20 secoli di storia cristiana. E i frutti di un’Europa che perde se stessa sono evidenti, al di là dei trionfalismi sorridenti delle dichiarazioni al termine degli incontri europei.

Ichthys