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AL DI SOPRA DELLA LEGGE E AL DI SOPRA DELLA VITA

Il 13 giugno 2014 DJ Fabo restava coinvolto in un grave incidente stradale con conseguenze irreversibili: paralisi totale e cecità.

Vari tentativi di cure anche sperimentali, la madre lascia il lavoro per dedicarsi a lui, la fidanzata gli offre una compagnia fedele e costante. Intanto, entra in contatto con l’associazione “Luca Coscioni” ed in particolare con il suo tesoriere, Marco Cappato, che prospetta a Fabo e alla sua famiglia diverse possibili strade per dare corso alla sua volontà di togliersi la vita, tra cui quella di recarsi in Svizzera per accedere al c.d. “suicidio assistito”.

In Italia, come in Svizzera, l’istigazione al suicidio è reato.  E Cappato, dopo la morte di DJ Fabo, si presenta spontaneamente ai carabinieri di Milano e viene indagato per il reato previsto dall’art. 580 del codice penale (che punisce chiunque “determina altri al suicidio o ne rafforza l’altrui proposito, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”).

Lo scorso 2 maggio la Procura di Milano propone, però, l’archiviazione del caso, articolando una complessa motivazione che si apre a considerazioni legate, in generale, alla possibile ammissibilità del “suicidio assistito”.

L’illiceità di condotte come questa “poteva essere pacificamente accettata nella sua semplicità nel 1930…”, spiega il PM. “Il tema del c.d. diritto del fine-vita, infatti, coinvolge una serie di diritti fondamentali dell’individuo… La presenza di fonti superiori rispetto alla legge ordinaria impone al giudice un’attenta analisi circa la compatibilità della norma (quella che punisce l’aiuto al suicidio) con ciascuno dei diritti riconosciuti”.

Il diritto al fine-vita sarebbe “immanente” al nostro sistema costituzionale. Mentre il diritto alla vita e alla sua indisponibilità va “bilanciato” con altri diritti “fondamentalissimi”: come già avviene tra madre e feto.

In pratica, il diritto assoluto alla vita “incontra un limite nella libertà di autodeterminazione”. E, sopra tutto, aleggia il concetto di “dignità”.

Ci sarebbero molte considerazioni da fare sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista politico (oltre che etico).

Qui resta solo da dire che due pubblici ministeri di Milano propongono ad un giudice e alla collettività complesse argomentazioni sul bilanciamento dei valori e dei diritti, interpretando e superando una storia costituzionale e giuridica che è nostro patrimonio (come diceva un recente articolo su “Il Foglio”, c’è di mezzo il rapporto tra senso comune e verità, e tra questi e la politica). E nuovamente tutto si muove sulla base di casi “pietosi” e misteriosi, che meriterebbero un (questo sì!) dignitoso silenzio.

Mentre nessuno si chiede perché dovrebbe interessarci che un altro non si suicidi.

Sirenetta