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Approccio laico alla questione famiglia

Una, nessuna, centomila: la famiglia nella società contemporanea” è il titolo dell’interessante incontro organizzato di recente a Termoli da due associazioni culturali. Al netto della durata delle due relazioni tenute da un sociologo e un assessore regionale, che non hanno lasciato troppo spazio ad eventuali domande o interventi (le relazioni sono terminate alle 23,30 di un lunedì non festivo), vale la pena fare alcune considerazioni.
Primo: contrariamente a quanto si pensa comunemente, imputare alla mancanza di fondi pubblici il ridimensionamento delle politiche di welfare a favore della famiglia è fuorviante. Il problema va inquadrato dalla prospettiva esattamente opposta: la scarsa natalità all’interno delle famiglie (siamo il Paese con il record mondiale negativo di soli 1,4 figli per coppia) è tra le cause che rischia di portare al collasso il nostro sistema di welfare. Nel 2000 è avvenuto il sorpasso dei nonni sui nipoti; nel 2028 avverrà il sorpasso dei bisnonni (over 80) sui pronipoti (under 9). Nel 1951 in Italia c’erano 47,5 milioni di residenti che avevano vissuto mediamente 31,6 anni e ne avevano davanti ancora 41,7. Nell’Italia di oggi, gli attuali 60,6 milioni di residenti hanno vissuto in media 43,5 anni e ne hanno da vivere ancora 40,2: è avvenuto il sorpasso tra passato e futuro. Semplificando: ci sono sempre meno persone in età da lavoro (e sempre più pensionati), che vuol dire meno lavoratori che producono reddito e consumano, versano le imposte per finanziare la macchina dello Stato e pagano i contributi per le pensioni e le varie forme di sostegno al reddito.
Se non si comincia da subito ad invertire la tendenza delle nascite non ci sarà riforma sanitaria o pensionistica che riuscirà a debellare il declino del nostro sistema di welfare.
A scanso di equivoci, il problema di una politica a sostegno della famiglia non riguarda cattolici e non: in questo campo il sistema fiscale della laicissima Francia è all’avanguardia rispetto al nostro.
Secondo: non bastano i soldi ad incentivare le coppie ad avere figli. C’è una fondamentale sfiducia nel futuro. Stante la difficoltà a trovare un lavoro stabile, oggi i giovani si sposano sempre più tardi e, quando lo fanno, ritardano la decisione di avere un figlio, in attesa di condizioni economiche più propizie.
Mi domando: ma un giovane precario di oggi vive in condizioni migliori o peggiori rispetto al suo coetaneo di 40/50 anni fa? La generazione dei nostri genitori, pur vivendo in condizioni economiche piuttosto modeste, facendo lavori spesso usuranti, ed essendo non di rado costretti ad emigrare all’estero, aveva una speranza nel futuro – e anche per questo faceva più figli – che, invece, l’attuale stato di benessere diffuso sembra aver progressivamente eroso.
C’è una spiegazione ragionevole a questo apparente paradosso per cui “+ benessere = – speranza nel futuro?”

Rombo