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Autonomia politica, culturale e energetica

Il 17 aprile saremo chiamati alle urne per esprimere la nostra opinione su quello che è stato definito il referendum sulle trivellazioni. Naturalmente nel frattempo sono partiti lancia in resta gli interventi politicamente corretti del pensiero unico ecologista e ambientalista che evocano catastrofi e chiamano ad una crociata popolare contro le estrazioni, come se fosse questione di vita o di morte. Si tratta in realtà di un tentativo di intervenire su alcuni aspetti particolari della nostra già deficitaria produzione energetica e bisogna riconoscere che il quesito posto appare di portata limitata.

Innanzitutto bisogna chiarire che la consultazione non coinvolge le piattaforme in attività oltre i 20 km dalla costa, come non interessa le nuove concessioni di sfruttamento entro i 20 Km. Quindi ha una parziale ricaduta che interessa 92 piattaforme localizzate soprattutto in Veneto, Romagna, Marche, Abruzzo e Sicilia che, se vincessero i si, sarebbero smantellate nel periodo 2018-2034, quindi in tempi lunghi, senza permettere di sfruttare il giacimento fino all’esaurimento. Un punto su cui i promotori del referendum battono fortemente è il presunto inquinamento delle coste a causa delle piattaforme. In realtà dalla loro installazione non ci sono mai stati incidenti o pericoli di rilievo; negli impianti, quasi tutti per la produzione di gas metano, i pericoli risultano minimizzati; gli studi dell’Ispra hanno confermato che le analisi delle acque sono tranquillizzanti, ma soprattutto le tante bandiere blu assegnate alla costa romagnola permettono di escludere danni all’ambiente costiero.

Quali sarebbero quindi le conseguenze di una vittoria del si? Queste sarebbero veramente negative! Innanzitutto una perdita di posti di lavoro, difficilmente quantificabile, ma che sicuramente dovrebbe essere superiore ai 5.000. Un immediato indebolimento dell’ENI, la nostra compagnia di bandiera, che dovrebbe chiudere ben 76 impianti, sui 92 totali da smantellare. Infine una diminuzione della già scarsissima autonomia energetica nazionale, che ci renderebbe ancora più dipendenti dalle notevoli importazioni estere (ad esempio dalla nostra dirimpettaia Libia) con tutte le immaginabili conseguenze economiche ma anche politiche.

In conclusione il consiglio a chiunque avesse delle perplessità su questa ambigua operazione politico culturale che stanno facendo passare alle nostre spalle come un passo epocale verso una società più civile e umana, accertato che la maggior parte di coloro che si recherà al voto sarà nettamente per il si, è quello di praticare deliberatamente l’astensione.

Pesce Palla