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Barcellona ed il lavorìo di Berlicche

Guido su una magnifica strada di campagna con mia moglie ed i miei due figli. Giornata splendida, anche per come è trascorsa. Poi un messaggio: ‘attentato a Barcellona’ ed i dettagli che si dipanano lungo i chilometri rimanenti.

Tanti discorsi, gesti ed esperienze apparentemente solide ma poi, in quel momento, mi sento un poveretto come tutti. E faccio bene a sentirmi così, perché lo sono, e nessun post-giudizio aureo cambierà questo stato di fatto. Rimango un po’ a guidare in questa tristezza, senza cercare di arginarla.  Sono turbato, a tratti timoroso e pieno di domande, egoista fino allo sperare che il prossimo obiettivo non sia l’Italia, e ringraziare che non lo sia stato finora, invece che pregare per chi ha perso la vita nell’attentato.

Nei giorni successivi provo a darmi un tono e conformarmi con il buon pensiero comune, di TV, Web per bene e giornalisti che “sono sul pezzo”, ma niente. Non gira. Mi infastidiscono i gessetti della solidarietà a Barcellona, i ‘je suis’ d’ordinanza, i richiami ai valori dei perbenisti, i nomi dei morti che si ricordano ed i tanti che non sono degni di nome. Tutto ciò mi suona inadeguato, mi nausea. Mi mette a tratti in imbarazzo con me stesso.  Non all’altezza della vita. Costruito, plasmato per metterci apposto. Ecco: Borghesemente ok!

Non ho soluzioni e non voglio cadere nel tranello di colmare il vuoto diventando tuttologo del terrorismo, webete delle instabilità geopolitiche così da poterle analizzare a pezzetti e trarne il mio personale ‘pensiero’ in merito, per essere poi pronto a spiegarlo ad amici e conoscenti nella giusta occasione, come un teorema di cui so la dimostrazione. La tentazione di essere sul pezzo, cosi tutto può riprendere a scorrere.

Non così. Non stavolta. Almeno come tentativo. Non so cosa davvero alberghi nel cuore di chi uccide uomini, donne e bambini come in un video game anni ottanta. Non so neanche cosa si provi a perdere figli o cari per gesti di odio così inspiegabili. La verità è che è maggiore ciò che non so di quel che so. Ma il peso è diverso, e fa la differenza!!

Ho capito infatti piano piano che per giudicare non basta capire tutto, non serve capire tutto, non è un’analisi della realtà a pezzi, ma scoprire cosa desiro io dentro quella realtà, cosa muove me nella realtà che vivo io – che spesso anche io vivo a pezzi, a compartimenti stagni. Come vivo io? Quale ragione mi fa andare avanti e come? Cosa rende la mia vita all’altezza di quelle promesse di ragazzo, quando il cuore mi esplodeva in petto? Come la promessa di felicità rimane adeguata e fedele nella mia vita, dentro i travagli di ogni giorno che non spariranno? Quale la responsabilità verso i miei  figli, mia moglie, i familiari, gli amici e lo sconosciuto che incontrerò domani? Cosa c’è nel lavoro oltre i soldi e la gloria che vale di più e che più mi soddisfa? Quale il mio compito come cristiano che vive, poveretto come tutti, tra lavoro, famiglia, affetti e tutto il resto in mezzo? Come vivere appieno la mia vita? Sembra che io voglia tutto, ma che non possegga davvero nulla della vita. Nessun controllo sulla vita.

Poi mi imbatto in questo pezzo delle Lettere di Berlicche, dove il genio di C.S. Lewis fa dire ad un diavolo tentatore: “Noi riusciamo a produrre questo senso del possesso non soltanto per mezzo dell’orgoglio, ma per mezzo della confusione. Insegnamo loro a non far caso ai diversi significati del pronome possessivo – alle differenze sottilmente graduate che vanno dalle <mie scarpe>, attraverso il <mio cane>, <mia moglie> e la <mia patria> fino al <mio Dio>. Gli puoi insegnare a ridurre tutti questi significati a quello delle <mie scarpe>, a <mio> della proprietà. Persino nella stanza dei giochi si può insegnare al bambino di voler dire, quando dice <il mio orsacchiotto>, non quel caro oggetto sul quale egli immagina di riversare il suo affetto e con il quale sta in una relazione speciale, ma <l’orso che posso fare a pezzi se ho voglia>. E all’altro capo della scala, abbiamo insegnato agli uomini a dire <il mio Dio> in un senso non molto diverso da <le mie scarpe>, cioè: < il Dio sul quale ho dei diritti per i miei segnalati servizi e che io sfrutto dal pulpito – il Dio che mi sono accaparrato>. E lo scherzo sta nel fatto che il vocabolo <mio> in un senso possessivo completo non può essere applicato a nulla, da parte di un essere umano. Alla fine, non temere, si accorgeranno a chi veramente appartenevano il loro tempo, le loro anime e i loro corpi – certo non ad essi, qualsiasi cosa capiti” 

Vado a messa così, ma giusto perché è domenica. Mi porto anche tante risposte, alcune formalmente corrette, ma poi solo una frase le tiene dentro tutte, senza censurare nulla di me: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di soltanto una parola ed io sarò salvato” e la preghiera a chiedere di più: aiutami a ricercare continuamente la tua amicizia affinché diventi criterio della mia vita, affinché sia tua. Oggi ancor di più, fa’ ch’io non ti molli, mai!

Pesce allergico