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Bariona

Era il Natale del 1940 e Jean Paul Sartre, detenuto nel lager di Treviri, scriveva e metteva in scena una pièce teatrale di rara bellezza. La storia è semplice: nell’anno zero dell’era cristiana un paesino poverissimo vicino a Betlemme riceve la visita di un funzionario romano (viscido e crapulone) che comunica l’ennesimo aumento di tasse. Il capo del villaggio, Bariona – uomo giovane e saggio già ferito dalla vita – propone ai suoi una soluzione estrema: pagheranno la tassa (disobbedire ai Romani significa distruzione e morte e Bariona ama il suo popolo…) ma non avranno più figli, così da non lasciare altri schiavi all’arroganza romana. Ha senso, infatti, far nascere un uomo che non potrà mai essere libero? La disperata domanda di Bariona è più attuale che mai, mentre vediamo bambini morire ogni giorno di fame, di freddo, di mano assassina e, più di tutto, della nostra indifferenza. A meno che ciò che accade quella notte…
In seguito, Sartre rinnegò l’opera, dichiarando di averla scritta in accordo con i preti prigionieri e soltanto per creare unità tra i detenuti. Peccato. L’intensità con cui descrive la timorosa tenerezza di Maria – madre che ha partorito per tutte le madri – per il suo bambino-Dio ha il valore di una preghiera! (J.P Sartre – Bariona o il figlio del tuono – Marinotti Edizioni).
Buona lettura e buon Natale,

Alice