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CARNALE ED ETERNO: INSIEME

Qualche giorno fa ho partecipato al consueto Presepe vivente, come ogni anno. È un momento sempre di grande immedesimazione che aiuta ad accorgersi che stiamo per festeggiare un evento straordinario. Quest’anno, tuttavia, il gesto mi ha colpito più del solito. Stavo assistendo alla rappresentazione di ciò che più di 2000 anni fa era accaduto a Betlemme. Un bambino nato in una mangiatoia. Un bimbo in carne e ossa. Che guardava il mondo con i suoi grandi occhi. Che piangeva perché voleva la mamma. Che muoveva le manine in cerca di qualcosa da afferrare. Insomma, un uomo. Un uomo che era Dio. Ma se diciamo questa cosa, letteralmente, così com’è: un uomo che era Dio. Un uomo che è Dio. Dio che si è fatto uomo. Dio che si fa uomo. Se diciamo questa cosa così come essa è, senza dirla per tradizione, abitudine o altro, ma come essa è, letteralmente. Se la diciamo così. Parola per parola, letteralmente. È una cosa dell’altro mondo. È una cosa eccezionale. Paradossale ma eccezionale.
Paradossale quanto eccezionale. Come il brano di musica di Mozart “Et incarnatus est”. Di una bellezza struggente tanto da non poter evitare di pensare a Dio. Se esiste una bellezza tale, non può non esserci un significato per l’uomo. E, infatti, che Dio si sia fatto uomo, che l’eterno si sia fatto carne, materia, tempo e spazio è proprio ciò che ogni giorno cerco nelle pieghe della vita. Che una bellezza carnale – dalla bellezza della natura al volto di una persona amata –  che tutto questo (il mare, le stelle, gli amici e i familiari, i colleghi di lavoro, gli alunni, gli alberi e i fiori) che tutto questo, che è carnale, che è materia, non muoia. Che sia materia ma anche eternità. Che ciò che è carnale sia anche eterno. E che, quindi, ciò che è eterno c’entri con quello che è temporale, carnale e materiale. Di bello e di faticoso. Tutto questo è il Natale. E io non l’ho capito pensandoci, ma guardando un Presepe vivente. Partecipando a un gesto. E ascoltando “Et incarnatus est” di Mozart.

Stella Marina