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Caro Presidente ti scrivo…

Caro Presidente Napolitano, ti scrivo perché ho paura che alla tua veneranda età tu non stia semplicemente manifestando un disturbo tardo-adolescenziale, che chiamerò “ottimismo umorale”, ma qualcosa di più devastante e pericoloso. E mi spiego.

A Palermo, nel corso della commemorazioni del ventennale dalla morte dei giudici Falcone e Borsellino, ricordando una frase di Falcone che più o meno recita: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani è destinata a finire”, hai proclamato, sulle ali dell’entusiasmo generale, l’ineluttabile e ormai prossima vittoria dello Stato sulla mafia. Giù applausi.
Io mi sono ricordato di un giovane ex partigiano comunista che nel 1956, pieno di un entusiasmo di cui avrebbe poi dovuto pentirsi, tifava per l’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest che, sparando sulle folle inermi e trucidando i rivoltosi di Budapest, a suo dire, avrebbero contribuito a rafforzare la… «pace nel mondo».

Caro Presidente, non intendo sgonfiare il tuo petto eroico di immarcescibile resistente, ma hai dimenticato anche stavolta qualche particolare: 1) anche lo Stato è un fenomeno umano; 2) la mafia è più antica del nostro Stato unitario. Ci sarebbe molto da dire su come i due fenomeni umani in questione siano storicamente legati, ma per ora lasciamo stare.
Scusami, Presidente, ma la realtà è la realtà, ed è testarda. Non equivocare, non tengo affatto per la mafia, anzi. E’ la retorica della menzogna, che mi disturba. Caro Presidente, quando la finiremo di “uccidere i morti”, riducendoli ad esempi inarrivabili? Questa specie di divinizzazione laica serve soltanto ad allontanarli da noi, a rigettare sugli altari luminosi dell’impossibilità un’esperienza di vita reale, ad avvelenare il sangue giovane delle generazioni future con l’ennesimo proclama annunciante il Paradiso in terra, lo stesso che ci ha mangiato il cuore quando i giovani eravamo noi. Ma non tutti i pesci abboccano.

Borsellino una volta disse: «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla». Sappiamo noi, caro Presidente, cosa è un amore non sentimentale, e conosciamo la ruvidezza dell’amore che trasforma, anche a costo di dolore e sacrificio, chi ne è coinvolto, giorno per giorno? Sappiamo noi, caro Presidente, cos’è un ideale per cui valga la pena vivere e morire?
Un ideale, Presidente, non un’ideologia. Falcone e Borsellino lo sapevano che l’ideologia, cioè il particolare a cui si vorrebbe ridurre il mondo, è sempre costretto a cancellare qualcosa della realtà. Lo impararono anche dalla gogna mediatica che patirono e dalla solitudine in cui furono abbandonati da quegli stessi custodi dell’ortodossia che ora li incensano. Nella Storia è pieno di idee che fanno sanguinare la realtà. Per la verità a me risulta anche che, quanto a sangue versato, il totalitarismo internazionale comunista non sia secondo a nessuna mafia.
Allora mi raccomando: riprenditi presto, Presidente.

P. S.
Nel nostro saggio padre della Patria che cade nel tranello tutto ideologico dell’Antimafia proprio come un ragazzino che ha appena fatto sega a scuola, risplende sinistro il vero dramma italiano: così tanto ideologici e così poco realisti. Miserere nostri.

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