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Chianca Amara

Da casa mia si arriva a Vieste in un paio d’ore. Qui, nel centro del paese e proprio accanto alla cattedrale, c’è uno spuntone di roccia detto “Chianca Amara”. Porta ancora i segni della mattanza operata dai turchi di Draguth Rais nel 1554 che – dicono le cronache – tra il 18 e il 21 luglio decapitarono circa 2500 tra vecchi, donne e bambini (la maggior parte degli uomini avendo già perso la vita nel vano tentativo di difendere le mura) perché si rifiutarono di convertirsi all’Islam.
Ci penso spesso, in questo periodo in cui nessun giornale può evitare di dare notizia dei massacri perpetrati da frange estreme dell’Islam a danno di cristiani e minoranze religiose.
Altri, e molto meglio, hanno offerto – anche su questo blog – giudizi storici e politici sulla vicenda, io voglio solo raccontare come, in quest’ultimo scorcio di vacanza, i miei pensieri soliti e banali (menù della cena, prossimo libro, saldi last minute…) sono spesso interrotti da una domanda: ma quando arriveranno – quando torneranno – io sarò pronta? Sarò pronta e certa come quelle donne e quei bambini di Mosul che, pur di non tradire il proprio cuore, stanno morendo di morte atroce?
A chi può spetta il compito (l’obbligo) di fermare il massacro. E a me cosa tocca? (Almeno) Non chiudere gli occhi, la testa e il cuore di fronte a quello che accade, di fronte al dolore che brucia il mondo, e non anestetizzare (almeno) la ferita che brucia in me.

Dice Eliot nei suoi “Cori”:

“Le vite dei Santi non vennero donate una volta per tutte:
Ma il Figlio dell’Uomo è sempre crocifisso

E vi saranno sempre Martiri e Santi.
E se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini
Dobbiamo prima costruire i gradini;
E se il Tempio dev’essere abbattuto
Dobbiamo prima costruire il Tempio.”

Ecco, allora, il mio compito: non stancarmi di costruire Tempio e gradini. Il luogo della speranza per tutti (musulmani estremisti compresi) è la Chiesa, è la mia Compagnia.

Alice