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COSE DELL’ALTRO OCEANO – ANTEPRIMA SPECIALE

Nell’epico sogno di rendere eterne delle spoglie mortali e di scrivere il proprio nome nelle pagine della storia, gli eroi greci sacrificavano la vita, quell’unica possibilità di essere felici, e si gettavano in imprese suicide, come fece Achille, quando scelse di partire per Troia, consapevole che quel viaggio non avrebbe avuto ritorno, se non nella memoria dei posteri.
Nello strenuo tentativo di conquistare un pezzetto di gloria, anche io mi sono sobbarcata dodici sofferte fatiche, tra cui: l’esame di letteratura greca – i sabato sera a far la cameriera – stirare – cucinare dolci – resistere in spiaggia mezza giornata senza esaurirmi – perdonare coloro che non usano indicatori di direzione quando vogliono svoltare – perdonare i pedoni che camminano ovunque e nei momenti meno opportuni – scrivere un libro. Ecco, l’ultimo punto caratterizza praticamente ogni pomeriggio in cui non so che fare, dato che girarmi i pollici è uno sport fin troppo faticoso per la mia indole oziosa. Tra le varie raccolte di poesie alla veneranda età di undici anni – quale animo profondo si celava dietro a “cuore-amore”, “tu-su”, “più-giù” forse solo Gigi D’Alessio può saperlo – e i racconti fantascientifici vagamente ispirati ad Harry Potter, riuscii ad inserire persino un romanzo abbastanza elaborato e con trama originale, per un totale di ben tre capitoli scritti. Avevo addirittura scelto un cast stellato per la resa cinematografica, rigorosamente hollywoodiana, perché quando faccio qualcosa io, la faccio per bene. Oh.
Ricordo che raccolsi varie testimonianze, mi recai a casa di così tanti testimoni, perché mi potessero narrare più aneddoti possibili di quello che volevo fosse il racconto di una storia vera.

C’era una volta una bambina vivace e dai capelli color sabbia bagnata – come ce ne sono tante in ogni frazione di mondo –  con un fratello, una sorella, una madre ed un padre – una famiglia comune -, ma il suo nome era Anna Pia e la sua storia non è affatto delle più comuni in ogni frazione di mondo. La piccola perse la madre quando aveva solo due anni. La vide spegnersi sul letto di casa, febbricitante, lasciando un marito alla mercé del tempo. Correvano gli anni di dominio fascista e nessuna casa poteva dirsi sicura. Ben presto i soldati fecero irruzione in quella della piccola Anna, costringendo la famiglia ad uscire, con quanto avevano addosso, senza portare nulla con sé. La porta si chiuse per sempre e la casa venne sequestrata, per chissà quali ragioni di stato, o forse solo per il capriccio di una manciata di uomini in divisa. Divisa fu anche la famiglia, dispersa nelle terre d’Abruzzo. I tre fratelli furono portati in tre diversi orfanotrofi e la piccola Anna condusse buona parte della sua vita in un convento. Tralasciando i dettagli di quei lunghi ventidue anni – le marachelle e il “rapporto difficile” con le suore li lascio alla visione del film -, vi basti sapere che i fratelli di Anna morirono, senza la possibilità di potersi vedere un’ultima volta. Nel silenzio e nell’abbandono, la famiglia divisa venne spezzata. Affranta dallo sconforto e dal desiderio di prendere in mano la propria vita, una Anna ormai cresciuta scrisse al Comune, nella speranza di ritrovare almeno il padre perduto. Scoprì che si era risposato con una donna già madre di Domenico, suo nuovo fratello. Attratta dalle gioie della vita familiare, tornò dal padre, ma non fu mai ben accetta. Non c’era un posto da potersi ritagliare, un ruolo che potesse cucirsi addosso, proprio lei che nel convento insegnava l’arte del cucito. Il convento era diventata la sua casa. Vi tornò per l’ultima volta, lasciandosi alle spalle i resti dei suoi sogni di bambina e il calore di una famiglia che non aveva mai assaporato. Gli anni trascorrevano, velati da una sottile patina di malinconia: se ogni lasciata è persa, se nella vita ci si perde, come si fa poi a ritrovarsi?
E poi accadde tutto per caso. Giunse al convento un amico, o forse un parente di un amico, qualcuno che di lì passava e volle fermarsi. Fu tutto un attimo, che durò per sempre. Anna e Gabriele si incontrarono e da allora non smisero mai di amarsi. Nel labirinto di affanni che a volte è la vita non esiste poi una via di fuga. Non si scappa, ma si va incontro. Se nella vita ci si perde, come si fa poi a ritrovarsi? Non so ancora rispondere a questa domanda, ma, forse, se l’esempio di Anna può insegnarmi qualcosa, non si è mai persi del tutto. Forse a volte basta trovare l’altra metà che ci completa per ritrovare realmente noi stessi, e magari anche qualcosa di più.
Dopo oltre trent’anni di matrimonio, Gabriele, preso da un male terribile, lasciò la sua Anna, non più sola e in balia del tempo. Stavolta aveva una famiglia tutta sua: due figlie, dei nipoti, parenti acquisiti, amici. Circondata da amore, ella stessa, nonostante il passato non troppo felice, aveva imparato ad amare come pochi sanno fare. Crebbe i nipoti finchè il cuore glielo permise, insegnando loro la genuina bellezza del volersi bene.
La mattina del 19 Giugno 2006 Anna si spense, a casa sua, mentre preparava la colazione per la famiglia che si stava svegliando. Nell’ultimo, piccolo gesto di grande dedizione, tra le ultime sue parole, qualcosa come “saluta i bambini” e poi l’ultimo respiro.
Sono trascorsi otto anni e ancora mi ritrovo qui a pensare e scrivere di eventi che mi sono tanto lontani.
Volevo ritagliarmi un pezzetto di gloria.
No, volevo che una donna vivace e dai capelli color sabbia bagnata lasciasse un segno su un momento della vostra giornata, così come ha lasciato un segno indelebile su un pezzo della mia vita.
Volevo che anche voi condivideste, almeno attraverso i miei ricordi, il ricordo di una grande persona, nella speranza che, sebbene tanto distante, la sua esperienza possa essere stata per voi motivo di riflessione in questi pochi minuti.
La verità è che lei ha saputo cambiarmi la vita.
La verità è che lei era mia nonna.

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