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Due buoni motivi per volere l’abolizione del valore legale del titolo di studio

Il governo tecnico, con tutti le perplessità che non può non generare, ha toccato uno dei punti davvero dolenti della situazione italiana: il valore legale del titolo di laurea. Che cosa vuol dire?
Ora come ora, laurearsi a Palermo, a Genova o a Venezia è identico: stessa possibilità di accedere ai concorsi, stessa valutazione del punteggio di uscita, vale il titolo in quanto tale. Abolendo il valore legale del titolo di studio non conterebbe più “l’avere la laurea”, ma solo ciò che uno sa davvero. Ecco quindi le due buone ragioni per sostenere l’iniziativa più utile e impopolare che il governo possa prendere:
  1. Ai concorsi conterebbe la bravura effettiva del candidato in quel giorno e in quella prova. Nei colloqui privati conterebbe l’effettiva capacità e, ovviamente, la stima per e la fama dei professori dell’università di provenienza.
  2. L’effetto secondario, ma fondamentale per l’Italia, sarebbe che le Università dovrebbero cercare di accaparrarsi i professori migliori, smettendola di far passare i protetti di vario genere e tipo. Un’università non potrebbe più accettare di inserire nel corpo docente l’amico, il figlio, l’amante senza che essi siano scientificamente validi (ovviamente un amico, figlio, amante – che tutti siamo – non è per forza e per questo un imbecille).
Certo, ci sarebbe una competizione tra università che sfavorirebbe università piccole e del sud e che rischierebbe di favorire i ricchi che si possono permettere università migliori. Vero. Ma la situazione ora è disarmante. Per il primo problema non c’è soluzione, se non il fatto che anche un’università piccola può specializzarsi e diventare un piccolo gioiello in certi campi. Per il secondo basterebbe mettere in diritto allo studio (borse e appartamenti) ogni soldo che deriva dalla chiusura inevitabile di parti di università più piccole o più deboli.

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