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…e allora è venuta la voglia di rompere tutto…

La disperazione causata da questa lunga crisi economica e l’incapacità della classe politica e imprenditoriale di affrontarla (figuriamoci di risolverla) ha portato alla cosiddetta “rivolta dei forconi” che, partita su internet è giunta ieri – 9 dicembre 2013 – nelle piazze, nelle autostrade e nelle stazioni italiane. Da più parti i manifestanti hanno inneggiato alla rivoluzione. Tale termine, ricorso più volte nella storia dell’Occidente, ha in sé, a prescindere dalle finalità perseguite nei singoli eventi, un germe di violenza.
Se – quindi – la “rivoluzione” è il modello di riferimento del movimento dei forconi, non deve stupire che le proteste di questi giorni siano caratterizzate da scontri e devastazioni. Tuttavia a differenza delle grandi rivoluzioni del passato, che sono state il frutto di un più o meno lungo approccio ideale e ideologico, la manifestazione di ieri, lontana dai movimenti rivoluzionari per numero e composizione degli aderenti, sembra aver perso fin dall’inizio il respiro ideale. Comunque sia, la “rivoluzione” che i forconi paventano e in cui ci sguazzano professionisti della protesta, come gli attivisti di Casa Pound, i Centri Sociali e gli Ultras, deve essere collocata in un ambito meno angusto della crisi economica e della paralisi istituzionale contingenti, anche se di esse è il frutto immediatamente percepibile. L’incapacità di rinnovare il sistema Italia compiendo scelte impopolari ha dato vita – dagli anni Settanta a oggi – ad un continuo rincorrersi di diritti nuovi e nuove spese per sostenerli. D’altra parte la classe politica, dopo Tangentopoli, non è stata in grado di rigenerarsi e di consegnare al paese una prospettiva credibile. Abbiamo vissuto due decenni di intellettualismo elitario che dalle pagine di Repubblica hanno ridotto il fenomeno Berlusconi a macchietta da avanspettacolo, per poi tenerselo vent’anni senza mai capirne veramente il perché. D’altro canto – però – vent’anni di promesse altisonanti che per ragioni disparate, vere solo in parte, non sono state mantenute, nonché una tendenza sempre più marcata ad accentrare le decisioni nelle mani del solo presidente, hanno fiaccato quella rivoluzione liberale auspicata da tante parti del paese nel 1994. A questo confronto “bipolare” si sono andati aggiungendo via, via soggetti nuovi, tra i quali una certa parte della magistratura che, collusa con gli intellettuali dalla “r” moscia e con giornalisti benpensanti, ha pensato bene di martellare fin dagli esordi quel fastidioso homo novus di Arcore. Più recente è la comparsa dei cinque stelle che, da ultimi epigoni di Guglielmo Giannini, al grido di “vaffanculo” cercano di abbattere tutto ciò che è politica. Questi ultimi però, da bravi giacobini, risultano del tutto funzionali allo stato che vogliono abbattere.
La quasi rivoluzione del composito movimento dei forconi finirà – probabilmente – con una inutile conta dei danni. Nonostante ciò i segni della distruzione sono già ben visibili e non si limitano al porfido divelto dalle strade. Sta infatti venendo progressivamente meno il fattore ideale in grado di rendere un ammasso informe di individui un popolo, sarà sempre più difficile educarci al rispetto di regole sociali che esistono per vivere in comunità. Sta altresì venendo meno la tensione al bene comune. Questo fatto renderà sempre più difficile pensare alla politica come la più alta forma di carità o, più “laicamente” come un servizio qualificato, appassionato e non semplicemente trasparente e disinteressato alla comunità (sia essa il quartiere, la nazione o l’Europa).
La sfida lanciata dai forconi riguarda il futuro e interroga – comunque – tutti. Si può vedere la manifestazione di ieri e di oggi con stizza, con sufficienza o con simpatia. Oppure si può, forti di un ideale grande, provare, dove si è e come si è, a costruire un futuro migliore giorno per giorno e non necessariamente con cubetti di porfido in mano.

Pesce Persico