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E’ eticamente accettabile uccidere un neonato?

La scorsa settimana la rivista scientifica “Journal of Medical Ethics” ha pubblicato un articolo di due ricercatori italiani (Alberto Giubilini e Francesca Minerva), i quali – in estrema sintesi – sostengono che “uccidere un neonato è eticamente accettabile in tutti i casi in cui lo è l’aborto”.
Tale tesi è sostenuta affermando che la “coscienza morale” del neonato è paragonabile a quella del feto: il neonato, come il nascituro, non può porsi obiettivi né comprendere il valore della sua esistenza. Pertanto è considerato dai due autori un “uomo in potenza”, eliminabile nel momento in cui sopraggiungano per la famiglia le medesime difficoltà psico-fisiche e/o socio-economiche già ammesse a legittimare l’aborto.
L’errore alla base di tale ragionamento risiede nel considerare l’uomo come un individuo assolutamente indipendente, che individua la propria felicità nella totale auto-affermazione. In una simile concezione tutta la realtà, dalle cose alle persone, diviene uno strumento da gestire a proprio piacimento.
Tutto, anche il figlio, è considerato proprietà di cui disporre.
La vita invece – in ogni suo momento, dal concepimento alla morte naturale – è un dono e ciò emerge con evidenza nell’evidenza che nessun uomo è in grado di stabilire il momento della propria nascita. Un figlio è dunque un dono e la sua vita ha dignità intrinseca per il fatto che c’è. La malattia o la “coscienza morale” non determinano in nessuna misura il valore del singolo, semmai pongono o acutizzano la domanda insita nell’uomo sul significato e sulla provenienza della vita stessa.
L’uomo, in questa strenua ricerca del significato dell’intera esistenza, della nascita come della sofferenza, tende ad identificare la risposta alla domanda di senso (e quindi di felicità) con ciò che riesce a controllare e possedere: aspetti particolari come la salute, l’assenza di fatica o di dolore, il lavoro o la stabilità economica sono assolutizzati fino a negare ogni altro aspetto ed elemento della vita. L’uomo, al contrario, deve ammettere la possibilità che il significato totale risieda necessariamente in “altro da sé”, in quanto tale misterioso e ultimamente non comprensibile.
Per questo, in conclusione, la nascita di un figlio può divenire l’occasione per accogliere il mistero insito nella realtà, per ricercarne il senso impegnandosi con essa.
Tutto ciò è frutto di un’esperienza viva e documentabile, non di un percorso logico astratto e per questo motivo può essere riconosciuto come vero da chiunque guardi con attenzione a se stesso e alla realtà.

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