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Fa’ bene e scorda

Anche quest’anno è terminato l’anno scolastico. E la fine dell’anno scolastico a me mette sempre una grande tristezza, soprattutto quando si tratta di lasciare i ragazzi di terza media… insomma, io mi ci sono impastata con quelle vite, ho patito per prepararmi bene le lezioni per loro, per tentare di appassionarli e di svegliarli alle otto di mattina e per tenerli buoni alle tre del pomeriggio (maledetti rientri pomeridiani…). Mi sono divertita con loro, ho riso un sacco e mi sono arrabbiata, ho fatto errori, ho ricominciato, ho chiesto scusa (o non l’ho chiesto), ho sgridato, ho sbagliato ancora e ricominciato, ho pregato (per me e per loro), non ho dormito, sono stata in ansia per loro (qui il per ha valore causale e finale, scusate, insegno italiano!), ho lasciato mille cose in sospeso che avrei voluto riprendere e concludere: discussioni all’ultimo sangue, dialoghi di un certo spessore (come quella volta che N. voleva dimostrarmi che Gesù non è Dio!!!), un film da vedere, la partita a palla prigioniera al parco, un racconto da leggere… Ecco, io a questa cosa della fine non mi ci abituerò mai.

Mi colpiva una mia collega che l’ultimo giorno di scuola, (che effettivamente è un po’ il festival del sentimentalismo) di fronte ai ragazzi in lacrime che si abbracciavano, mi ha detto leggermente sconsolata: “Eh, guarda, io ho imparato a non commuovermi più col tempo”.  Io ci ho pensato. E queste sono le mie considerazioni.

La prima. Il sentimento, come mi ha insegnato don Giussani, “va immaginato come una lente: l’oggetto da questa lente viene convogliato più vicino all’energia conoscitiva dell’uomo; la ragione lo può conoscere più facilmente e più sicuramente. Allora il sentimento è una condizione importante per la conoscenza […] non nel senso che sia esso a vedere, ma nel senso che rappresenta la condizione per cui l’occhio, o la ragione, vedano secondo la loro natura.” Dunque io questo sentimento me lo tengo, non lo elimino. Semmai imparo a metterlo al suo posto, facendo un sacrificio, ma guadagnandoci la verità: imparo ad amare l’oggetto più del mio sentimento, la verità più di me stessa.

E qua la seconda considerazione. Qual è la verità di questa inevitabile “esperienza struggente della fine”?  Mi è capitato di ascoltare un po’ per caso proprio in questi giorni un canto napoletano, Canzone appassiunata. È la storia di un innamorato non corrisposto che però ha continuato ad amare la donna senza volere da lei nulla in cambio e da quel bene (fatto di lacrime) è nata una rosa (il sacrificio ha dato dei frutti), e infatti nell’ultima strofa dice “fa’ bene e scorda” (che in napoletano forse si pronuncia scuorda!), ossia ama e basta. Punto. Sempre don Giussani mi ha insegnato che esiste un bene, che si chiama carità, che è il dono di sé appassionato e commosso ed è ciò per cui tutti siamo fatti.

Messo dunque al suo posto il sentimento (le lacrime, la malinconia, l’attaccamento alle mie immagini…), ho capito questo: che insegnare è tutta una questione di carità, ed è soprattutto una gran bella “canzone appassiunata”. Fa’ bene e scuorda!

Vi lascio la rosa nata da questo sacrificio, che i miei alunni mi hanno regalato l’ultimo giorno, e la canzone appassionata che mi ha illuminata!

https://www.youtube.com/watch?v=AyVi-Wk-VEs

Pesce volante

Una risposta a “Fa’ bene e scorda”

  1. Una piccola precisazione : “fa bene e scorda” significa “fai del bene e dimentica”

I commenti sono chiusi.