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FASE 2: IL POPOLO HA DATO; ORA TOCCA DAVVERO ALLE ISTITUZIONI

Le vivaci discussioni sorte in merito alla “riapertura” meritano qualche chiarimento.
Il compito fondamentale dello stato e delle istituzioni, da sempre e in qualsiasi circostanza storica, è permettere la convivenza civile.
È noto che il Governo italiano ha affrontato la fase 1 dell’emergenza Covid-19 essenzialmente bloccando la convivenza civile. Al netto degli errori commessi, si è trattato di una scelta comprensibile e financo ragionevole, imposta da una situazione inedita, che metteva in pericolo moltissime vite e che nessuno ancora sapeva come affrontare. Questa scelta, si sa, ha avuto un costo non indifferente: in poche ore la quasi totalità degli italiani è stata messa agli arresti domiciliari per decreto del Presidente del Consiglio, con una compressione sino ad oggi inimmaginabile dei diritti scritti con il sangue dei nostri nonni. Per la precisione, come hanno osservato molte voci autorevoli, i provvedimenti governativi hanno scavalcato tutti i meccanismi costituzionali (anzitutto bypassando il Parlamento), con una grossolana violazione dei diritti: alla libertà personale (quello che in Costituzione trova le tutele più forti: può essere limitato solo se concorrono una legge del Parlamento e uno specifico provvedimento giudiziale); alla libertà di circolazione; alla libertà di riunione; alla libertà di culto; alla libertà di impresa; al lavoro.
E il popolo, con ammirevole comprensione e senso di responsabilità, ha accettato questa obbedienza extra ordinem, fatta anche di privazioni del tutto ingiustificate: perché non posso andare a correre da solo in aperta campagna o in canoa sul Ticino? Perché non posso uscire in auto insieme a mia moglie? Perché, se vivo in un paesino con un solo piccolo supermarket costoso, non posso fare la spesa nel comune adiacente? Perché non posso celebrare messe con dieci fedeli in chiese immense o all’aperto? E così via.

Ora, in fase 2, con un popolo duramente provato da due mesi di lock-down, il compito delle istituzioni resta quello di sempre: permettere la convivenza civile, anche, in particolare, per prevenire possibili tensioni sociali (chi vuole protrarre la chiusura ha ben incassato gli stipendi di marzo e aprile; baristi, parrucchieri, lavoratori dello spettacolo e tanti altri no).
Proseguire nel medio-lungo periodo sulla facile strada dei divieti generalizzati (di spostamento, di esercizio delle attività economiche, ecc.), come fa il DPCM del 26 aprile, non è solo incostituzionale; è contrario alla natura stessa dello stato, appunto perché pretende di congelare sine die la convivenza civile che le istituzioni sono chiamate a garantire.

È quindi urgente che le istituzioni in generale e il Governo in particolare smettano di farci la morale su quali lavori possiamo esercitare, chi possiamo andare a trovare (ma chi sono giuridicamente sti “congiunti”?), come possiamo usare il tempo libero, addirittura quali tipi di messe possiamo celebrare; e assumano piuttosto la responsabilità di dettare con urgenza e precisione le regole tecniche da adottare perché la società possa funzionare. E così, ad esempio, se mantengo le distanze di sicurezza e/o utilizzo strumenti di protezione adeguati (si dica finalmente quali sono), non può essermi vietato di fare un giro in moto, servire un caffè, scalare il Monte Bianco, fabbricare scarpe, pregare in moschea o portare la famiglia al mare.
È un approccio più difficile? Comporterà costi e sacrifici? Ovviamente sì. Potremo tornare a breve a fare tutto come prima? Ovviamente no. E specie in alcuni settori (trasporti, scuola, divertimento) sarà necessario e urgente che la società si riorganizzi radicalmente, inventando modelli nuovi. Ma perché ciò avvenga, non occorre una pianificazione di tipo leninista: bisogna fornire alla gente pochi e chiari parametri di sicurezza sanitaria; e poi lasciarla libera di fare: ha già dato ottima prova di sé.

Squalo martello