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GIUSTIZIA INFINITA

“Giustizia infinita” era lo slogan lanciato (e poi ritirato) dal Pentagono dopo l’attentato dell’undici settembre.
Su un trend simile si muovono le discussioni nostrane attuali.
Innanzitutto il decreto “spazzacorrotti” (che già nel titolo un noto penalista ha definito un bullismo linguistico) con l’idea di perpetuità delle conseguenze penali: interdizione e Daspo a tempo indeterminato e impossibile riabilitazione.
Anche la riforma della prescrizione condivide la medesima prospettiva.
La domanda di giustizia è vera e condivisibile, ma deve – come tutte le domande vere – fare i conti con la realtà. Non perché siamo condannati ad una rassegnazione, ma perché non c’è verità che non guardi alla totalità dei fattori in gioco (“assorti nell’attualità, dimenticavano il presente” cita la vignetta di un uomo con gli occhi fissi al computer).
E allora siamo sicuri che la giustizia infinita che aneliamo sia da intendersi in senso temporale? Siamo sicuri che nella giustizia umana e, ancor di più, nel sistema italiano – lento, macchinoso, fazioso – possiamo passare la palla alla magistratura e alla minaccia di sanzioni per una svolta educativa, culturale, sociale e politica?
La giustizia ha a che fare con la “responsabilità” e questa  è una parola più grande, da riscoprire nel senso e nell’origine più profondi; senza moralismi, senza giustizialismi, senza esasperazione, con più cuore che pancia.

Sirenetta