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Governabilità-Rappresentatività. La legge elettorale al tempo di Renzi

Nel febbraio del 2013 il sistema del “Porcellum” in coordinato composito con una classe politica inetta porta – per la prima volta della storia repubblicana – a votare meno dell’80% degli aventi diritto, assestandosi sul 75%. La legge elettorale la stanno cambiando, la classe politica pure. Entrambe – probabilmente – in peggio. Oggi infatti la camera vota l’Italicum (nome che riecheggia ben più tragici avvenimenti della storia patria, ma Renzi fa nuove tutte le cose!) frutto di un patto tra un sindaco arrivista ed un imprenditore-politico (giustamente o ingiustamente) condannato. Entrambi sono fuori dal parlamento ed entrambi non possono proprio sopportare questo retaggio dell’Ottocento liberale che vedeva nell’assemblea rappresentativa il perno dell’agone politico.
La nuova legge elettorale chiamata a sostituire la legge precedente, già in parte mutilata (e quindi modificata) dalla Corte Costituzionale, porta in dote un dibattito non scevro da ideologie: maggiore rappresentatività o maggiore governabilità? È indubbio – infatti – che, rimanendo su sistemi di natura proporzionale, un sistema senza sbarramenti, premi di maggioranza e con le preferenze costituirebbe per una repubblica parlamentare come la nostra l’instabilità dell’esecutivo. Infatti il nostro modello di repubblica lega indissolubilmente l’esecutivo alle maggioranze parlamentari e più variabili sono queste, più instabili sono i governi. D’altro canto un sistema elettorale con premi di maggioranza sostanziosi, sbarramenti alti e con liste bloccate dovrebbe portare ad una reale stabilità di governo a scapito di una rappresentatività del tutto relativa. Infatti, stando al progetto Italicum, un partito x che non si coalizza con nessuno e raggiunge il 7.9% degli aventi diritto (se vota il 75% sono – contati male – 2.800.000 persone, che diventano 3.700.000 se votassero tutti gli aventi diritto). Nessun comune in Italia arriva a quella cifra. Senza hinterland Roma ha 2.651.040 abitanti e Milano ne ha 1.315.416. Addirittura l’intera provincia di Torino ha “soltanto” 2.284.275 individui.
L’antinomia governabilità-rappresentanza in una repubblica parlamentare dall’elettorato frazionato appare dunque come un problema piuttosto complesso. E, nonostante le semplificazioni giornalistiche e da bar, lo è proprio. Tuttavia il problema non sarebbe insormontabile, se il partito di maggioranza relativo non fosse ricattato dall’ideologia della “costituzione migliore del mondo” che esso stesso ha contribuito a generare.
Infatti basterebbe slegare l’esecutivo dal vincolo di fiducia o, almeno, allentarne il nodo gordiano per offrire maggiore governabilità. Tale azione poi potrebbe essere il punto di partenza per la ricostruzione di una vera assemblea rappresentativa (magari riunita in una camera sola), eletta dal popolo e – se è tale la volontà degli elettori – frammentata. Questo risolverebbe l’antinomia, non la complessità della politica che la si intenda come arte di governare la società, come la più alta forma di carità o come mero compromesso tra esigenze differenti, resta una scienza umana che, per non cadere in becere e dannose semplificazioni va studiata, compresa e giudicata.

Pesce Persico