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I paradossi della preferenza (ovvero, you are my best friend)

Un quotidiano riporta la notizia che delle maestre inglesi avrebbero “bandito” i best friends tra i banchi di scuola. Meglio la compagnia di gruppo e nessuna amicizia esclusiva. Scopo: evitare illusioni e delusioni, perché queste amicizie sono destinate a finire, perché i bambini dovranno affrontare il trauma della separazione, e così via…
A parte l’errata visione prospettica dell’esistenza degli esseri umani – come se ci fosse un tempo garantito per affrontare i vari passaggi della vita: “mi consenta di chiederle come può l’uomo governare se, non solo non può fare un piano di qualunque tipo, ma non può garantire nemmeno il proprio domani” (Bulgakov) – ma credo che la stessa scienza psicologica avrebbe qualcosa da obiettare sul fatto di evitare i primi ostacoli, perché poi come saremo in grado di affrontare quelli successivi? Mio padre, poi, non sarebbe certo d’accordo visto che mi “obbligava” a studiare per più tempo del necessario alle elementari perché così sarei stata pronta per le medie, e ancora più tempo alle medie perché così sarei stata pronta per il liceo. Risultato paradossale: la ricerca sul parco nazionale del Gran Paradiso ha richiesto più lavoro della mia tesi di laurea!
Ma a proposito di paradossi, cosa c’è di più affascinante e vitale di quell’attaccarsi a una persona, proprio quella, e chissà perché quella, uffa, ma proprio quella! Conosco una bimba di tre anni che da quando ha varcato il secondo giorno la porta dell’asilo trova un bimbo, Daniele, che vedendola grida: “è arrivata Claudia!”. E la sua mamma è grata che lei sia preferita così. Preferenza, appunto, che nella gioia che dà l’esserne oggetti passivi e nell’inevitabilità di divenirne soggetti attivi, ci rivela la natura profonda del nostro essere: creature, dati, voluti, donati, in modo unico, personale e irripetibile… Credo sia per questo che faccia così paura la preferenza, perché apre domande infinite e quasi costringe ad incamminarsi alla ricerca di risposte adeguate. Ed è per questo che si diffida e si combatte ogni forma di amore totalizzante (che non sia l’irrefrenabile passione degli american movies): quello della madre per quell’esserino appena concepito, quello di chi consacra la sua vita a Dio, quello semplicissimo di chi dice al suo compagno di banco “tu sei il mio migliore amico”.

Sirenetta