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La crisi iraniana

Il 3 gennaio i droni statunitensi hanno ucciso il generale iraniano Suleimani al suo arrivo a Baghdad. Suleimani, considerato un terrorista anche dall’UE, era stato a capo delle forze iraniane che avevano aiutato (anche gli US) a sconfiggere l’ISIS in Siria, ma era considerato la mente della repressione interna in Iran, di molti atti terroristici e dell’assalto (senza conseguenze) all’ambasciata americana di Baghdad avvenuto due settimane fa. Di fatto, era la figura con cui l’Iran cercava di esercitare il proprio controllo sull’Iraq.
L’uccisione di Suleimani ordinata da Trump è un atto sicuramente al di fuori della legalità internazionale, ma servirà “a far finire una guerra” come dice il presidente americano o ne innesterà una?
La politica mediorientale di Trump, contrariamente a quanto si dice, è molto coerente: a differenza di Bush e Obama, Trump non vuole decidere i destini del medio oriente, non pensa di esportare la democrazia o di aiutare rivolte democratiche interne come le primavere arabe. Secondo la dottrina tradizionale conservatrice, gli US non devono spiegare agli altri come vivere, ma si occuperanno solo e sempre della sicurezza americana. L’assalto all’ambasciata di Baghdad ha ricordato agli americani quello di Bengasi che ha procurato la morte dell’ambasciatore americano in loco (per la prima volta nella storia US) ed è costata la presidenza all’allora ministro degli Esteri Hillary Clinton. A Baghdad la sicurezza americana è stata percepita in pericolo e gli US hanno reagito con durezza e correndo il grave rischio di innescare una guerra infinita con l’Iran.
Peraltro, quest’ultimo è in cima alla lista dei nemici di Israele. Da quando Trump è presidente gli US si sono allineati con Israele nel considerare come alleati i sunniti arabi (Arabia Saudita in testa) e come nemici gli sciiti persiani iraniani. Trump ha perseguito coerentemente questa linea per salvaguardare allo stesso tempo Israele, il dominio della Pax Americana, la fine del terrorismo islamico.
In fondo, l’operazione Suleimani dal punto di vista geopolitico si riduce a questo: se l’Iran non riesce a reagire, i servizi segreti americani avranno fatto bene il loro compito, incrementato la politica del Presidente e dato un duro colpo al terrorismo internazionale. Se invece l’Iran dovesse reagire, i servizi e la presidenza Trump avrebbero fallito.
Scopriremo la verità in pochi mesi.

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