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La fine di Obama e la lotta per la successione

Che Obama abbia fallito, purtroppo, l’hanno capito tutti. La sua idea di democrazia con idee moderatamente progressiste non ha funzionato. All’interno non ha fatto la riforma di Wall Street, con la quale è sempre più legato, non è riuscito a chiudere Guantanamo, ha solo parzialmente creato un’assicurazione per tutti (non solo per colpa sua, ma tant’è). All’estero la sua politica si è rivelata ancora peggiore: doveva riportare a casa i soldati e ce ne sono più all’estero ora di quanti non ce ne fossero con Bush; doveva fermare i dittatori e invece ha creato spazio per l’Islam radicale e per dittature ancora peggiori delle precedenti. Alla fine la sua politica di hands off (levare le mani) si è tradotta in una perdita di leadership e di ordine che ha creato terrorismo e immigrazione incontrollata.
Ora si tratta di scegliere l’erede. Clinton è come lui, solo un po’ più spostata su valori liberal (aborto, eutanasia, ecc.). Con lei non cambia nulla. More of the same, dicono gli americani.
Con Trump si cambia. Per quanto si può capire tra i trucchi delle dichiarazioni clamorose fatte sempre per tenere il centro della comunicazione, con Trump si dovrebbe tornare a una leadership americana. Tuttavia, non è la leadership “neocon” di Bush – quella dell’esportazione della democrazia – ma quella della real-politik di Kissinger: si vede caso per caso e ci si accorda con quelli che possono risolvere la situazione anche se sono cattivi. Per intendersi, con Putin, per esempio.
Per quanto sembri paradossale, penso che Trump, in questo senso, sia meno pericoloso di Clinton. “More of the same” potrebbe non bastare più a garantire pace e sicurezza.

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