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La grande bellezza

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Di primo acchito la cosa che subito balza all’occhio dello spettatore è questa rappresentazione dell’italiano “cafonal”, superficiale, cinico, ridicolo, leggero. Poi si resta affascinati dalla bellezza della nostra Italia, dai suoi monumenti, dal nostro stile.
Ma sforzandosi un po’ e riuscendo a superare il primo impatto scenico, si riesce a leggere tra le righe del film un significato più profondo e spirituale. Sorrentino ha descritto in maniera molto realistica il dramma dell’uomo di oggi, dell’uomo moderno, tutto intento a riempire la vita di futilità, di apparenze per poter soffocare la domanda che gli urge dal profondo, la vera domanda di significato.
Il protagonista, rappresentato in maniera eccelsa dall’attore Toni Servillo, è uno scrittore-giornalista affermato e cinico che ha trascorso tutta la sua vita intento a cercare di essere sempre al centro della scena pensando che quella sia la felicità, ma arrivato all’età di 65 anni si accorge che tutto quello che ha ottenuto non lo soddisfa affatto, non lo rende felice, e la domanda che ognuno di noi si porta dietro inizia ad emergere in maniera prepotente lasciandolo inquieto. Tutto il film è attraversato da questa domanda, alla quale il protagonista cerca, si sforza di trovare una risposta, e sembra che riesca a trovarne un accenno nella figura di una suorina, la persona più semplice che abbia mai incontrato, molto esile, la quale ha appagato il senso di significato aderendo all’unica Sorgente in grado di dissetare la sete di verità di ogni uomo. Ma c’è sempre la barriera della libertà di ognuno di noi da superare per fare quel passo che ci può rendere “liberi dall’universo e dipendenti solo da Dio, oppure rinunciare ed essere liberi da Dio e rimanere schiavi delle circostanze.”

Pesce di terra