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LA MANO DI DIO o della carezza del Nazareno

Sono stato impegnato in questi ultimi mesi a coordinare tre corsi di formazione per Assistente Familiare a Larino, Campobasso e Venafro.

La settimana scorsa ha avuto inizio lo stage presso strutture di accoglienza di vario genere: case di riposo, R.S.A., case famiglia, alloggi per anziani, centri di riabilitazione, etc.

Due dei sette allievi che avevano finito il turno del primo giorno in una delle tre sedi, tornando in aula per la verifica dell’andamento dello stage, mi comunicano che non avrebbero continuato il tirocinio e avrebbero rinunciato all’acquisizione della qualifica perché sicuri che non ce l’avrebbero fatta a sopportare psicologicamente il peso di quell’esperienza lavorativa.

Tenete conto che parliamo di due quarantenni che avendo perso il lavoro anni fa ed essendo finiti i benefici della mobilità, volevano riconvertirsi dal punto di vista professionale per cercare di rientrare nel mondo del lavoro.

Tenete anche conto che si trattava di quelli più bravi in aula per la serietà dell’impegno e per la capacità di apprendimento.

Cos’hanno visto di così drammatico, da decidere di abbandonare tutto?

Li ha spaventati la presenza di persone (soprattutto ragazzi) con disabilità fisiche e psichiche talmente gravi che hanno temuto di non riuscire a coinvolgersi con loro e di non riuscire ad assisterli in maniera adeguata.

Cosa potevo dirgli? Ho guardato negli occhi loro e gli altri, ma non sapevo da dove cominciare e dove andare finire…

Prende la parola Mirela, rumena; una signora che, da quando è in Italia, ha sempre fatto la badante a dei vecchietti e sta frequentando il corso con tanti sacrifici per prendere la qualifica.

E dice una cosa che mi ha sconvolto. «Anch’io sono toccata dentro nel vedere quelle persone, ma penso che in questo momento noi siamo la mano di Dio per loro e non possiamo abbandonarli».

Siamo rimasti tutti commossi da questa affermazione e allora mi sono alzato e sono andato ad abbracciarla.

Non credo che avesse sentito Jannacci nel 2009 invocare la “carezza del Nazareno” per chi era nelle condizioni di Eluana Englaro.

Non so concludere con parole mie e allora prendo a prestito la conclusione del volantino di Comunione e Liberazione del 09/02/2009 in merito alla morte di Eluana: “La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!»”.

Per la cronaca, nessuno più si è ritirato dallo stage e degli allievi di un corso di formazione, sollecitati dalla provocazione di una signora rumena, stanno diventando per quei ragazzi del centro di riabilitazione “la mano di Dio” o “la carezza del Nazareno”.

 Pesce (ner)Azzurro