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La sedia di Péguy e i banchi della signora Annamaria

Arrivo a scuola stanca del viaggio (e di quasi un anno di lavoro). Ad accogliermi, come ogni mattina, il sorriso della signora Annamaria. Tra le 8.00 e le 8.15 siamo circa un migliaio a varcare la soglia (circa 900 ragazzi e un centinaio di insegnanti). Di ognuno la signora Annamaria conosce storia ed esigenze, collocazione e abitudini. Accoglie genitori preoccupati e consiglia tempistiche. Sa se può chiedere un colloquio straordinario ad un prof o se è meglio invitare a ripassare. Sa sempre quale modulo occorre riempire ed è tempestiva nel procurarlo. E’ sempre in ordine nel vestire e garbata nei modi. Alle 13.30, quando la scuola si svuota, è la prima ad indossare camice e guanti e a mettersi a pulire, senza alcuna recriminazione e ancora col sorriso della mattina. In due anni non l’ho mai sentita lamentarsi, sbuffare o alzare la voce.
La signora Annamaria è una collaboratrice scolastica (bidella) e sono certa che anche a lei si debbano l’efficienza ed il buon nome della mia scuola.
Non è per la nostalgia di tempi migliori che ogni tanto rileggo Péguy, ma per lo stupore di scoprire – anche in questi tempi di crisi economica e umana – situazioni di persone che vivono tutto come occasione per sé.

“…Abbiamo conosciuto questo culto del lavoro ben fatto perseguito e coltivato sino allo scrupolo estremo. Ho veduto, durante tutta la mia infanzia, impagliare seggiole con lo stesso identico spirito, e col medesimo cuore, con i quali quel popolo aveva scolpito le proprie cattedrali.
Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con la medesima perfezione delle parti che si vedevano. Secondo lo stesso principio delle cattedrali. E sono solo io – io ormai così imbastardito – a farla adesso tanto lunga. Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione. Il lavoro stava là. Si lavorava bene. Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto”.

Dopo mesi di conoscenza scopro da una collega che la signora Annamaria è cattolica e che frequenta da tempo un movimento. La notizia non mi stupisce, anzi la spiega e mi piega di fronte all’evidenza di un Fatto che continuamente cambia il mondo attraverso il cambiamento di uomini che sceglie per stare con sé. Più avanti nel brano Péguy continua (e io concludo):

“Dicevano per ridere, e per prendere in giro i loro curati, che lavorare è pregare, e non sapevano di dire così bene”.

Alice