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La tribù di Max e le possibilità della vita

Alle volte a lato dell’attualità più stringente si consuma una vera e propria battaglia. E’ la lotta antica ed eterna dell’uomo, della ragione e della libertà umane, a cui è stato dato il potere di affermare o distruggere se stesse.
Lunedì scorso, nello studio di La vita in diretta è andato in scena un piccolo grande capitolo di questa epica lotta.
Massimiliano è un uomo di 41 anni. La storia che occorre raccontare comincia nel 1991 con un incidente stradale, a 19 anni. Per uno strano caso della sorte, l’incidente dovrebbe essere fatale ma Max non muore. Portato in ospedale, è in coma profondo: il cervelletto è tranciato e per i medici non c’è possibilità di recupero. Dopo un mese di terapia intensiva, niente, nessun miglioramento: stato vegetativo irreversibile. Situazione senza speranza. E’ un «tronco morto», dicono i medici, non vale la pena accudirlo. La famiglia di Max però non molla e, sostenuta da una piccola tribù di amici, lo prende e se lo porta a casa. Ogni giorno Max è lavato, vestito, cibato. Lui dorme. Passano gli anni, tanti anni, una routine quasi monotona, sempre uguale, senza mai nessuna novità. Si arriva a Natale del 2000: è un periodo di sconforto per mamma Ezia. L’ultimo anno sono morti entrambi i suoi genitori, una fonte solida per lei di fede e di conforto. Una sera guarda suo figlio e gli dice: «Adesso basta, questa sera non ce la faccio. Se vuoi farti il segno della croce, te lo fai da solo!». E Max, il tronco morto, alza la mano, e se lo fa, quel segno della croce. E’ il primo movimento dopo dieci anni. Max non dorme più. Da qui comincia una lunga riabilitazione e si capisce che Max in quei dieci anni non dormiva affatto: sentiva e vedeva tutto, solo non poteva dirlo, né muoversi. Oggi, a 42 anni, in un corpo evidentemente disabile, Max non riesce ancora a parlare, ma si muove e comunica attraverso l’alfabeto dei segni e la scrittura. E’ sempre circondato da quella strana tribù, e ha anche scritto un libro. E’ felice, come scrive lui stesso: «Spero che anche chi non ha avuto il coma come me sia felice come lo sono io».
Lunedì scorso, a La vita in diretta, andava in onda il collegamento con Max e la sua tribù. D’un tratto Alda D’Eusanio chiede la parola e, di fronte a tutti, tribù compresa, proclama: «Quella non è vita. Rivolgo un appello pubblico a mia madre; se dovesse accadermi quel che è accaduto a Max, non fare come sua mamma. Tornare in vita senza poter più essere libero e soffrire, e avere quello sguardo vuoto… mi dispiace, no!». Ed ecco che parte il carosello delle repliche, dei dibattiti e delle polemiche (con tanto di giustissime scuse del presidente della Rai a mamma Ezia).
Ma a parte i dibattiti e le polemiche, c’è qualcosa di più. Max e la sua tribù, da una parte, e la D’Eusanio, dall’altra, sono due posizioni umane in una lotta antica ed eterna. Entrambe sono piene di mistero e cariche di dramma, ed entrambe nascono da un modo di sentire l’umano, di concepire la ragione e la libertà. Entrambe combattono per qualcosa. Tuttavia una combatte accettando e affermando, l’altra negando. Da una parte una ragione che afferma e una libertà che accetta la realtà che ha di fronte, dall’altra una ragione che nega e una libertà che si afferma per autonomia da ogni appartenenza. E’ un abisso umano ed esistenziale. Max e la sua tribù sono come il baluardo della più laica e antica coscienza che ha nutrito l’umanità dai tempi in cui l’uomo ha cominciato a pensare: l’ammettere la categoria della possibilità. Da qui è cominciata l’evoluzione umana, la cultura e la civiltà. Difenderla oggi, in quest’epoca post-moderna che non ha più definizioni neanche di se stessa, è solo una delle possibilità della vita. Ma forse è l’unica che ci possa salvare dal varcare il crinale cambiando l’evoluzione in involuzione.

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