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Le cinque sorelle

Cari pesci e cari pescatori, vi scrivo mentre nella mente ho ancora le epiche immagini sanremesi di tutti gli Achille Lauro che sono saliti sul palco, di tutti i baci che si sono sprecati, del povero Morgan che con la faccia da… Bugo si sorprende che il suo amico se ne sia andato nel bel mezzo della performance dopo che lo ha appena insultato in eurovisione, di Piero Pelù che, preso dall’euforia, scippa la borsetta ad un’ignara signora dell’Ariston e di storiche reunions (si dice così?) e di storici duetti… veramente mi sono troppo divertita! Ma non vi parlerò di questo, ne delle canzoni più belle, o di quelle più brutte, né del mio gruppo preferito che la prima sera è stato ingiustamente eliminato mannaggia, insomma non è di questo che vi voglio parlare.
Ma di uno spettacolo che è andato in scena (tra l’altro) proprio la sera della finale di San Remo, in un teatro di Torino, grazie agli amici dell’associazione People: “Le cinque sorelle”, di e con Irene Muscarà, una giovane attrice di grande talento, originale e simpaticissima. Lei ha ideato lo spettacolo che l’ha vista protagonista e nel quale ha rappresentato, intrecciandoli tra di loro, cinque personaggi femminili tratti da alcune delle opere più famose di Cechov. Cinque donne accomunate da una grande domanda sulla propria vita, sul proprio destino e sulla propria vocazione, come Nina, una ragazza di provincia che sogna di diventare attrice o Ljubov’Andreevna (e va bhe i nomi russi sono così!), che, dopo aver dissipato il suo patrimonio, dovrà mettere all’asta l’amata casa in cui è nata, o come Sonja, che ama senza essere corrisposta eppure accetta le prove che si trova a dover affrontare. Tutte gridano lo stesso desiderio di poter essere felici, cercano il significato di ciò che è capitato loro nella vita.  E alla fine a tutti noi è parso che sulla scena ci fossero davvero cinque donne diverse, tale è stata la bravura di Irene nel caratterizzarle.
Il personaggio che mi ha segnato di più, che è anche quello con cui si chiude lo spettacolo e che riassume il cuore di tutte e cinque le donne, è il personaggio di Sonja, tratto da Zio Vanja. Il suo monologo finale esprime sì un dolore, ma allo stesso tempo una speranza, direi una certezza. Una certezza di compimento. Bisognava esserci mentre Irene, con la luce bianca che la inondava in mezzo al buio del palcoscenico e lo sguardo proteso al pubblico, le dava vita recitando queste parole che vi lascio leggere, perché al di là di tutte le immagini sanremesi, vi possano rimanere impresse come è successo a me.
Che fare, bisogna vivere! Noi vivremo, zio Vanja. Vivremo una lunga, lunga sequela di giorni e di interminabili sere; affronteremo pazientemente le prove che il destino ci manderà, adesso e in vecchiaia, senza conoscere riposo. E quando verrà la nostra ora, moriremo rassegnati e là, nell’oltretomba, diremo che abbiamo sofferto, che abbiamo pianto, che abbiamo conosciuto l’amarezza, e Dio avrà pietà di noi e tu ed io, zio, caro zio, vedremo una vita luminosa, meravigliosa, splendente; noi ci rallegreremo e, commossi, ci volteremo a guardare le sciagure di oggi, con un sorriso, e riposeremo. Io credo, zio, credo ardentemente, appassionatamente… Riposeremo! Riposeremo! Sentiremo gli angeli, vedremo il cielo cosparso di diamanti, vedremo tutto il male della terra, tutte le nostre sofferenze annegare nella misericordia che colmerà di sé il mondo, e la nostra vita diverrà quieta, tenera, dolce, come una carezza. Io credo, credo… Povero, povero zio Vanja, tu piangi… Non hai conosciuto gioia nella tua vita, ma aspetta, zio Vanja, aspetta… Riposeremo… Riposeremo!

Pesce volante