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Le risposte di Francesco

Dopo tre ore di sofferta attesa in un clima che tutto faceva tranne che aiutare ad avere coscienza di quel che si stava facendo (come dice un amico, un patetico festivalbar tristiano = un cristianesimo da tivù, ma sempre un po’ meno), è arrivato Papa Francesco per incontrare il “popolo” dei movimenti.
Gli è stato chiesto di rispondere a delle domande. A domanda si risponde, e le risposte sono fondamentali. Di queste vi parlo, perché queste mi hanno colpito e cambiato.
Primo: la verità prima di tutto, anche dentro le sfumature. Uno che ti dice la verità è sempre diverso dalla norma perché ti introduce con fiducia a ciò che ti vuol comunicare, perché non ha altro da difendere. Ti senti trattato per quello che vuoi e che cerchi. E’  l’inizio di un rapporto tra uomini liberi.
Secondo: la fede è un problema storico. “Noi non troviamo la fede nell’astratto; no! E’ sempre una persona che predica, che ci dice chi è Gesù, che ci trasmette la fede”. L’annuncio della fede ci arriva da uno che ce lo dice; ci arriva da una storia, da una tradizione, da una famiglia, in modo semplice e concreto. Per Papa Francesco, come per me e tanti miei amici, il primo annuncio della fede è arrivato dalla sua famiglia. Sua nonna, alla processione del Venerdì Santo, lo faceva inginocchiare davanti al Cristo giacente e diceva: “Guardate, è morto, ma domani risuscita”. Sono parole che comunicano una certezza. Così per me, la fede cresce dal di dentro di gesti, di parole dette – e che ho bisogno che mi siano dette – che mi comunicano che Gesù è presente dentro la vita.
Gesti quotidiani e semplicissimi che dicono dell’importanza della tradizione, della nostra storia, dell’educazione: valori oggi consapevolmente attaccati ma fondamentali per generare uomini veri.
Terzo: pregare tanto. Noi siamo fragili, ma Lui è più forte. Pensare di fare da soli ci rende più fragili. Pregare, dire il Rosario, domandare a lei (la Madonna) la nostra mamma, che ci faccia forti. Questo dà la forza che vince la fragilità che nasce dalla paura. E poi lasciarsi guardare da Cristo, non sforzarsi di pensare cosa dobbiamo dire e fare: pregare è lasciarsi guardare da lui. Come a dire che non è neanche necessario che tu dica tutto, o sappia cosa dire (a volte capita anche al Papa di addormentarsi davanti al Tabernacolo).
Quarto: Non chiudersi! Non chiudersi, nelle parrocchie e nei movimenti. Occorre andare, occorre lasciarsi guidare da Lui! Siamo in una crisi antropologica: è l’uomo che può essere distrutto. Certo, se si esce, può capitarci un incidente, ma è un rischio che val la pena correre, che dobbiamo correre. “Ma io vi dico: preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata per chiusura! Uscite fuori, uscite!”. Serve una cultura dell’incontro che non negozi la propria appartenenza.
Ci sono parole che fondano, danno certezza e nello stesso tempo determinano un’azione. Ci sono parole che non hai bisogno di rileggere, che ti dicono subito qualcosa e che ti aiutano e ti cambiano nel concreto, che incidono nella vita, nell’istante, perché fanno capire di più, guardare più in profondità e fanno essere un po’ più veri e un po’ più amanti della carne di Cristo che mi raggiunge nella carne degli uomini.
Perché succeda così non saprei dirlo, ma quando uno crede in quel che dice, ti persuade. E alle volte, dicendoti quello in cui crede, dà anche a te le sue virtù: il coraggio e la pazienza.

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