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Lettera dal carcere di Antonio Simone. Con una domanda a Repubblica

antonio_simone

Caro Gigi,
qui si sta facendo la spesa ed è un’attività entusiasmante. Finita la lista comune per le necessità della cella, Ikea (soprannome di uno dei detenuti in cella con Simone, così chiamato per l’abilità nel costruire “mobili” utilizzando pacchetti di sigarette e scatole di pasta, ndr) ti chiede: «E tu che cosa vuoi?». E lo chiede a tutti. Puoi immaginarti le risposte, tra il drammatico e l’ironico. «E tu che cosa vuoi?».
Mi viene in mente la domanda alla prima vacanza estiva che ho fatto in Gs (Gioventù studentesca, ndr) nel ’71, dove don Ciccio e don Ricci chiedevano leopardianamente: «Ed io, che sono?».
Poi guardo sul mio armadietto dove ho appeso la foto del Gius con Giovanni Paolo II alla Giornata dei Movimenti (che spettacolo) e capisco dove vorrei essere: là in mezzo, tra lo sguardo del Gius e il bacio del Papa, per rapire (uso apposta questo termine, così diranno che avevo già intenzione di delinquere) quel riconoscimento tra giganti del dono che Dio aveva fatto loro.
Ma non è di questo che volevo scrivere. Volevo solo dire che a me piace molto il metodo di Repubblica che ripete la stessa domanda tutti i giorni. Ecco, vi inviterei tutti a fare la domanda che ritenete più giusta a Repubblica e a mandargliela.
Ecco la mia: perché esistete? A che servite, oltre che per sostenere il triste nichilismo, dopo aver visto naufragare la speranza di un mondo migliore, a partire dalla vostra disastrosa ideologia?
(Antonio Simone)

Fonte: www.tempi.it

La Spigola

Una risposta a “Lettera dal carcere di Antonio Simone. Con una domanda a Repubblica”

  1. “Senza interrompere il filo del discorso, senza nemmeno andare a capo, scrive: «A Gerusalemme c’era una piscina, Betzaetà, e un malato si era lamentato con Cristo perché non c’era nessuno che potesse immergerlo nell’acqua. A giudicare da questa lettera, per il nostro malato questa persona vuole essere lei: non lasci passare il momento in cui l’acqua si agiterà».

    Da un fatto di cronaca molto concreto Dostoevskij passa direttamente, senza interruzione, a un episodio evangelico, un testo che è inscritto nella storia eterna dell’umanità. Nel profondo di un evento dell’attualità egli vede riemergere la dinamica universale della storia evangelica; ma non si tratta di una storia che, semplicemente, si ripete, è una storia che si rinnova, prende forme nuove per ogni singolo uomo, ogni volta in maniera diversa. Cristo osserva la scena: Egli guarda e aspetta di vedere se ci sarà un uomo pronto a collaborare con Lui o se dovrà invece, ancora una volta, intervenire personalmente, uomo e Dio in una stessa persona.

    La speranza di Dio, quindi, è costantemente riposta nell’uomo: Dio perennemente spera che l’uomo sia suo collaboratore. E questo è ciò che ci permette di sperare nelle persone che abbiamo accanto, perché chiunque può essere lo strumento di Dio”.
    da “Tatjana Kasatkina : Dal paradiso all’inferno. Ed. Itaca, pag.17

    Allora, dobbiamo proprio fare domande?

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