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Libertà di associazione e “corpi intermedi”

I famosi “corpi intermedi” elogiati dalla dottrina sociale della Chiesa sono quelle associazioni che permettono alle persone singole di far valere il proprio interesse – giusto o sbagliato che sia – nell’agone politico altrimenti dominato solo dai più ricchi e più potenti. La crisi della politica è anzitutto crisi di questo tipo di associazioni, a cominciare dai partiti e dai sindacati. Rimane il cittadino – il “nudo” cittadino – con il suo singolo voto facilmente manipolato dalle comunicazioni di massa. Come si vede non c’è campagna elettorale se non per TV, perché non ci sono preferenze, ma anche perché non c’è popolo associato da andare ad incontrare.
Abbiamo chiesto al prof. Rosboch (Università di Torino) un intervento storico chiarificatore.

La Spigola


La storia europea deve il suo principale sviluppo alla ricchezza del suo tessuto sociale, che si è strutturato – per secoli – attraverso un’organizzazione cetuale o istituzionale. Dalla famiglia ai comuni, dalle “corporazioni” delle arti e delle professioni alle università, dalle confraternite agli ordini cavallereschi, una parte considerevole della vita sociale, del diritto e dell’economia è derivata dalla libera iniziativa associata di tali “corpi intermedi”. Essi hanno rappresentato ambiti di protezione e di solidarietà, frapponendosi anche in epoca moderna alle mire centraliste del nascente Stato assoluto.
Solo la rivoluzione francese ha operato la completa delegittimazione di tali realtà istituzionali, riconoscendo unicamente la famiglia quale corpo intermedio e stabilendo un contatto diretto fra lo Stato e il singolo cittadino. Alla tradizionale ricchezza di appartenenze e di ‘protezioni’ proprie del periodo medievale e moderno si è sostituita quale garanzia per i singoli la “dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”. A partire dal 1790 nulla più si frappone fra lo Stato e il “nudo” cittadino.
Al contrario della Francia, la nascente realtà degli Stati Uniti d’America (si veda Tocqueville, La democrazia in America) ha costruito proprio sulla libertà di associazione la sua ricchezza, affidando alla partecipazione ai corpi intermedi il correttivo ai mali della democrazia.
La successiva evoluzione dello Stato contemporaneo liberale e costituzionale ha visto la compresenza di fenomeni contraddittori: da un lato la prosecuzione della spinta livellatrice ed individualista di derivazione francese, dall’altro il sorgere di nuovi e imponenti “corpi intermedi” (sindacati, partiti politici, opere pie, casse di risparmio, istituzioni caritative, educative ed assistenziali, etc.) che hanno ripopolato il paesaggio sociale fra ottocento e novecento.
Proprio in tale contesto la nascente dottrina sociale della Chiesa ha individuato proprio nella libertà di associazione il caposaldo del pluralismo e la garanzia della prevalenza dell’organizzazione sociale sullo Stato.
Dopo le tragedie delle guerre e dei totalitarismi del XX secolo, la ripresa della democrazia ha riconosciuto con chiarezza il ruolo delle formazioni sociali per lo sviluppo della personalità, inconcepibile al di fuori di un genuino ambito relazionale. Non senza difficoltà si è affermato nella seconda metà del XX secolo il principio di sussidiarietà, che ha trovato nel fortunato slogan “più società meno stato” una realizzazione significativa in Italia e non solo.
Un’ampia letteratura ha individuato, in Europa come in America, nel pluralismo associativo il principale ambito di partecipazione sostanziale alla vita politica ed il più efficace antidoto al burocratismo ed allo ‘strapotere’ delle istituzioni.
Ciò pare vero ancor più oggi, nell’attuale contesto di ‘crisi’ della rappresentanza e della stessa democrazia; ha colto con precisione il punto Mary Ann Glendon (Harvard) secondo cui: “Gli stati democratici e il libero mercato potrebbero sentire il bisogno di astenersi dall’imporre i loro propri valori indiscriminatamente a tutte le istituzioni della società civile. Essi potrebbero persino aver bisogno, per il loro stesso bene, di aiutare attivamente i gruppi e le strutture la cui principale fedeltà non è nei confronti dello Stato e i cui valori più alti non sono l’efficienza, la produttività o l’individualismo” (M.A. Glendon, Tradizioni in subbuglio, p. 25).