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“Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta” ha bisogno di una risposta

Giorni fa ho letto una lettera pubblicata su Corriere.it dal titolo «Io, mamma lavoratrice, non ce l’ho fatta» indirizzata a Beppe Severgnini: sono parole che ti interrogano e io mi sono chiesta cosa vivo io e cosa ho da dire a questa mamma.
Questa è la risposta inviata direttamente al giornalista e spero tanto che la mamma in questione mi ricontatti.

 “Gentile Beppe, questo è l’unico contatto che ho trovato sul web per scriverle.
Sarò molto breve, anche perché di mestiere mi occupo di cose totalmente opposte al giornalismo, ma sono una mamma che vive a Milano, lavora a tempo pieno (senza l’aiuto dei nonni) con due figli piccoli e ieri mi ha molto colpito leggere la lettera pubblicata sulla 27esimaora del Corriere.it . Questa lettera non può essere ignorata perché leggerla e non rispondere non è umano.
Io mi sento vicina a questa mamma per tutto quello che racconta, assolutamente concreto e vero, per la fatica che fa, per la solitudine che prova nella sua giornata quotidiana: tutto è assolutamente sacrosanto.
Ma c’è una luce che non da il termine di giudizio sulla bravura di noi mamme: è vero che guardando la riuscita di noi mamme sembra tutto fallimentare perché non si riesce a conciliare tutto quello che c’è da fare senza sentirsi non all’altezza dei figli, o alle situazioni da gestire, o ancor peggio in colpa nei riguardi delle persone a cui si vuole bene.
Per me tutto cambia quando vedo nella mia vita quotidiana, attraverso i miei amici, attraverso mio marito, attraverso i miei figli, che sono voluta bene a prescindere dalle cose che faccio male, che non riesco a fare o faccio bene, e questo mi da una grande serenità perché a quel punto lo scopo della mia vita non è conciliare tutto, ma trovare uno scopo più grande (che io chiamo Cristo, e non mi vergogno a dirlo perché a tutto si deve dare un nome) in cui le circostanze sono solo una modalità di conoscenza della realtà, le circostanze dateci per uno scopo più grande della nostra riuscita personale (circostanze da vivere, da addentrarcisi e giudicare con realismo, fatica ma anche bellezza in questo sacrificio).
Magari quello che ho scritto sembra astratto, infatti non mi interessa assolutamente vedere questa lettera pubblicata, ma le chiederei vivamente di dare il mio contatto a questa mamma (che in tutta libertà mi possa ricontattare o meno, e che magari è di Milano), perché ci si possa fare compagnia (che è quello che cerco nella mia vita per non cadere nel baratro dell’insoddisfazione e cinismo) in questo cammino lungo e difficile, ma delizioso, che è la vita.”

Coral