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MO NUN CE AMAMMO CCHIÚ, MA Ê VVOTE TU, DISTRATTAMENTE PIENZE A ME!

(ovvero, brevi considerazioni sul divorzio breve)

A dire il vero, andando a leggere il testo approvato dalla Camera non cambia un granché dal punto di vista giuridico. Oltre ad alcuni mutamenti tecnici nella procedura, l’essenza della modifica tocca il periodo di separazione che deve intercorrere prima di poter presentare il ricorso per l’interruzione di matrimonio: attualmente sono necessari tre anni dal momento della prima udienza davanti al presidente del tribunale: la proposta di legge riduce tale termine ad un anno – dalla notifica del ricorso – in caso di separazione giudiziale (cioé quando i coniugi “non sono d’accordo tra loro”) e 6 mesi in caso di separazione consensuale.
Dico che non cambia un granché perché non tocca la natura della norma e, a maggior ragione per chi afferma l’indissolubilità del matrimonio, non ha molto senso disquisire su una mera scansione temporale: cosa sono 6,12 o 36 mesi di fronte al “per sempre”?
Allora perché tutta questa risonanza mediatica ed etica?
Cosa c’é di temibile in questa modifica normativa?
A me pare che il primo aspetto profondamente criticabile sia che i nostri deputati dimostrino una volta ancora di comportarsi più da amministratori di condominio che da politici. Con tutto il rispetto per gli amministratori di condominio, questi devono occuparsi di coordinare le parti comuni e di gestire le spese per la casa: non c’é contenuto ideale, non c’é tradizione o prospettiva (ci sono queste cose in quanto sono uomini, ma non appartengono al compito che gli é affidato). Nella politica, nel legislatore, invece, dovrebbe essere diverso. Una legge andrebbe giudicata in base allo scopo per cui nasce: i giuristi parlano di ratio che é ancora di più che lo scopo, é la radice, o meglio ancora, il seme che si pianta già pensando ai frutti che ne verranno per tutti.
E dunque quale é la ratio del “divorzio breve”?
Certamente venire incontro ai quei 26mila milanesi di cui parlava il Corriere nelle scorse settimane.
A costo di sembrare cinici, va infatti detto che la maggioranza delle separazioni sono assolutamente funzionali al successivo divorzio, che molte persone proprio non capiscono perché devono passare 3 anni legati da un matrimonio durato appena 6 mesi, o perché vivere in una situazione di limbo mentre già hanno costruito un’altra famiglia.
Allora forse il dibattito va allargato.
Forse questa può essere l’occasione per discutere sulla natura del matrimonio e sullo stesso rimedio della separazione.
Forse bisogna chiedersi cosa può servire quel tempo dato tra il “me ne vado di casa” e la parola “fine”, tra il disinnamorarsi e lo scioglimento di un vincolo giuridico e talvolta anche sacro.
E forse un cattolico può prendere spunto dal suo Maestro che interrogato su queste cose non faceva altro che richiamare gli interlocutori alla natura del proprio cuore (cfr. Mt 19, 3-12).
In mezzo a tutti questi “forse”, di certo, non si può rinunciare a giudicare.

Sirenetta