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IN MORTE DI UN INCAZZATO COMICO

Ho sempre pensato, da innamorato di Fantozzi e dei personaggi di Paolo Villaggio, di fare un film sui suoi film, un meta-film, solo di sequenze “vincenti” di Fantozzi, a sottolineare la fierezza e la grandezza del personaggio; per esempio: la sua gloriosa vittoria al biliardo contro il nuovo direttore, Onorevole Cavaliere Conte Diego Catellani (“colpo partita: triplo filotto reale ritornato con pallino”) e il rapimento dell’anziana madre invaghita persa di lui, quando alla fine la rinchiude in una cabina telefonica, lasciandola gridare al telefono al figlio “E’ il mio uomo, Diego, io lo amooo!”; la scena, nella sequenza più straziante di tutte, in cui strappa al ludibrio impietoso dei suoi dirigenti, scatenati a trattarla come una scimmia, Mariangela, la sua babbui…, la sua bambina: il suo sguardo, quando li zittisce e, porgendo loro i suoi “più servili auguri di un distinto Natale e di uno spettabile anno nuovo”, se ne va, giganteggiando di fronte al loro silenzio imbarazzato e incosciente e parlando a Mariangela della bellezza di “Cita Hayworth”; e ancora nel memorabile episodio in cui, grazie all’indottrinamento comunista del compagno Folagra, capisce la verità dello sfruttamento capitalista nei suoi confronti, esplode in un grido che intimorisce la moglie: “Ma allora mi hanno sempre preso per il culo! Loro, il padronato, le multinazionali” e si precipita a lanciare un sasso contro le vetrate della megaditta “ItalPetroCemenTermoTessilFarmoMetalChimica”; ancora, in SuperFantozzi, quando navigando nella storia, vince, non si sa come, il torneo medievale, ma decide (non si sa come!!) di preferire la famiglia all’avvenente biondona del potente di turno.

Ma in realtà non è necessario costruire filologicamente un “Fantozzi che vince”.

Ci penso in questi giorni, in cui piango la morte di una persona come Paolo Villaggio: un uomo che, nelle interviste “serie”, negli scritti e negli interventi pubblici, mi è sempre sembrato “un incazzato”, cinico e sognatore, intelligente e triste abitante insoddisfatto di questa vita. E credo che abbia vissuto questa condizione un po’ in tutti i personaggi della sua carriera, declinati in modi molto diversi, naturalmente, dal Professor Kranz a Giandomenico Fracchia della televisione, dall’epica fantozziana al prefetto Gonella de La voce della luna di Fellini.

Penso che non sia il caso di dover forzatamente “rovesciare” Fantozzi per vederlo forte. Perché è già forte. E’ la sua comicità che vince, che afferma la sua forza. Fantozzi denuncia (con una potenza UNICA) i limiti, le piccolezze di una vita lavorativa e familiare senza orizzonte né luce né speranza, una dimensione simile a quella che sembra volerci imporre un certo potere prima industriale poi post-industriale (contro cui si leva il grido rabbioso “Lavora, consuma, muori” degli anarchici) e li denuncia DAL DI DENTRO delle quotidiane dinamiche impiegatizie.

Ma lo fa con la COMICITA’. Quindi, nel momento in cui legge in chiave comica ambizioni e sfortune, soprusi, prepotenze, ipocrisie, bassezze, degli altri (e tue!), ti aiuta a esserne libero: ti distacca e ti rende partecipe al tempo stesso. Di fronte al sussiego del prepotente che non ti saluta o si sente così superiore da non darti neanche la mano, il commento fantozziano “allora … non saluta”, “… non dà la mano …” sottolinea il fatto accaduto, lo sente e lo esprime, ma non lo accetta. Davanti al collega “lecchino” che non esita a sottolineare le iniziative del nuovo direttore con un “E’ un bel direttore!” (con annesse le grida, gli applausi, le iperboli: “E’un santo è!”) la dinamica comica ha l’effetto di emanciparti, non di schiavizzarti. Parlare del Mega Direttore Galattico come di una figura quasi metafisica, angelicata, che vive in modo francescano, si dichiara “medio-progressista” e desidera che la pensiamo tutti allo stesso modo, ha una vis di denuncia politica enorme, mentre intanto Fantozzi riconosce che la “poltrona in pelle umana” è quella del “ragionier Porelli della contabilità” e che esiste davvero “il grande acquario nel quale nuotano dei dipendenti sorteggiati”…

La ulteriore forza storica di questa comicità è stata poi, in questi quarant’anni italiani, la sua capacità di penetrazione: una fortissima diffusione capillare e pervasiva di battute, espressioni, sottolineature, persino di sguardi, pause e gesti (almeno nei cultori di lunga data) entrati a far parte, sottili e potenti, della vita quotidiana dei lavoratori del nostro paese.

Fantozzi, dunque, non ne emerge come espressione di una vile resa dell’Italia peggiore (secondo l’interpretazione moralista di chi si sente sempre “superiore”), ma come potente compagno di LOTTA COMICA nel quotidiano. Una lotta politica sorridente e comica. Non sempre desolata e rassegnata. Ma pungente e implacabile, con gli altri e con se stessi (e questo è il bello!). E può funzionare. So per esperienza che ci sono momenti e contesti in cui, di fronte a una meschina ingiustizia a cui capita di assistere, esclamare “Come è umano lei!!!” può essere più forte, spiazzante e costruttivo di un insulto o di un’ulteriore ingiustizia.

Anche di questo gli sono grato.

Ciao, mio caro Paolo Villaggio: in fondo, forse, basterebbe dirti GRAZIE per tutte le risate di gusto che mi hai fatto fare in questi quarant’anni.

Ma oggi posso, voglio fare di più!

E dato anche il contesto in cui sto scrivendo mi permetto di osare… “Vedo, santità, che nell’acquario le manca la triglia. Posso avere l’onore?”

Triglia d’acquario