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Il nocciolo della questione

…ovvero la paradossalità della condizione umana che, proprio perché impastata di miseria, nonostante tutto attende di essere redenta in ogni istante.

Il Nocciolo delle questione è un romanzo di Graham Greene del 1948 ambientato in una colonia inglese con protagonista Scobie, un funzionario del governo che per amore (o per pietà) si trova invischiato in rapporti drammatici in cui la compassione verso l’altro lo conduce inevitabilmente al suicidio e quindi alla dannazione eterna. Parlando dell’ambiente africano, afoso, apatico, in cui tutti vivono una specie di monotono torpore e di quieta disperazione l’autore dice: “Qui si potevano amare le creature umane quasi come le ama Dio stesso conoscendo il peggio di loro. Qui nessuno avrebbe potuto parlare di un paradiso in terra e prosperavano le ingiustizie, le crudeltà, le grettezze che altrove la gente riusciva abilmente a mascherare.”

La miseria umana, il dolore innocente, l’amicizia tradita, la morte dei bambini, la desolante solitudine delle giovani vedove, la lenta decomposizione delle strutture e dei corpi umani causata dalla umidità, dalla inaudita pioggia e dalla malaria sono alcuni degli aspetti della realtà disperante che ristagna nella coscienza del maggiore e ne pervade e intristisce l’animo. Tanto che negli uffici del comando, nelle case, nelle celle della prigione egli sente l’odore ineliminabile della meschinità e dell’ingiustizia umana.

I personaggi che popolano questo mondo sono descritti come “carne da macello, uomini anziani dall’aspetto, che non si lamentavano, senza autorità, cui le cose semplicemente accadevano.” In tutto il libro l’autore sottintende che Cristo è venuto per salvare questi uomini. E il maggiore Scobie è come se, in qualche modo con tutta la sua impotenza e meschinità, collaborasse a questa assurda azione redentrice.

Un romanzo che partendo in sordina piano piano conduce il lettore all’immedesimazione tanto da creare un attesa angosciosa della pagina successiva, in cui si sa già cosa succederà ma non come. Fino all’inevitabile e amaro epilogo. “La disperazione è il prezzo che si paga per essersi proposti una meta che non si può umanamente raggiungere”: la felicità delle persone a cui si vuole bene. “Solo l’uomo di buona volontà si porta sempre in cuore questa capacità di dannazione”.

Il Maggiore Scobie si suicida, ma questo gesto così anticristiano sembra essere riletto in una chiave profondamente umana e alla luce di Cristo e del suo messaggio. Egli accetta di offrire la vita per moglie e amante, in una analogia un po’ forzata, quasi come Cristo che si è lasciato mettere a morte per amore del genere umano e di ogni peccatore.

Il libro si chiude con amare considerazioni. Il “sacrificio” di Scobie sembra essere subito dimenticato dalle stesse persone per cui si é immolato. Ma rimane un piccolo spazio di speranza, quando padre Rank, parlando con la vedova, afferma: ” Né io né voi sappiamo qualcosa intorno alla misericordia di Dio” …solo Lui sa “ciò che avviene in ogni cuore umano”. E concludendo il giudizio su Scobie: “Io credo che egli amasse veramente Dio.”

Pesce Palla