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Non ho paura?

Ieri nelle piazze di Brindisi migliaia di giovani si sono radunati per gridare il loro No alla paura, alla mafia, in seguito alla drammatica morte di Melissa.
Clima da stadio, striscioni, facce dure e “decise”: le immagini mostrate oggi dai servizi dei telegiornali mi stonano, mi provocano un certo disagio e mi fan venire su una ribellione. Le magliette di tutti i ragazzi che hanno sfilato nel corteo portano la scritta “non ho paura”: io invece ho paura. La morte mi fa paura. E la situazione di pessimismo e sfiducia che ci avvolge mi preoccupa. Come ha detto oggi il Papa, siamo immersi in un clima tale per cui non ci si fida più uno dell’altro, ed è più facile compiere il male… Ciò che è successo a Mesagne, ancor prima di scoprire i colpevoli, è chiara testimonianza di questo dilagante clima di tensione.
Perché lasciare che dei giovani adolescenti, pieni di domande, fragili – davanti alla morte si è fragili, ancor più se di una compagna e avvenuta in quelle circostanze – facciano i duri e gli incrollabili?
Forse la paura più grande che abbiamo è quella di guardare in faccia la realtà, il male e la debolezza, la precarietà e la fragilità nostra e delle cose che amiamo. Gli adulti non aiutano, hanno più paura dei giovani. Questo mi terrorizza: che il mondo lasci che un ragazzino si illuda, che noi ci illudiamo e inganniamo.
Perché basta andare in piazza a urlare di non aver paura per non averla? Basta dire “siamo insieme perché questo non succeda più” a evitare che episodi del genere ricapitino? E se anche fosse così, se la paura non ci fosse e atti del genere non succedessero più: questo basta a colmare la mancanza di quella ragazza? Può colmare lo sgomento dei genitori? Il desiderio di non perderla degli amici? NO. Può cercare di soffocarlo, quello si. Se anche non succedesse un’altra volta, chi salva quella ragazza a cui è già successo di essere uccisa? (almeno su questo non possiamo illuderci di poter cambiare le cose). Chi salva gli amici a cui voglio bene? Chi salva ciò che amo e non voglio perdere? La domanda infinita, pesante, scomoda, vertiginosa che di fronte a un episodio come la morte di Melissa scoppia nel cuore di ciascuno, ancor più di un giovane, ha bisogno di essere sostenuta, di potere essere gridata; non ha bisogno di essere immediatamente imbottita di palliativi, di rumore, di tamponi che eludano o spostino il problema.

Vorrei chiedere a ciascuno di quei ragazzi presenti alla manifestazione: davvero non hai paura? E aggiungerei: Non aver paura di aver paura.
Ho 27 anni, non so dove collocarmi, se più vicino a quei ragazzi in piazza o agli adulti che li osservano; sicuramente oggi, in questo momento, mi sento addosso una responsabilità nei confronti di quei ragazzi che ho visto alla TV, ovvero quella di non coprire il loro bisogno radicale di giustizia, di possesso vero, di libertà, ma di farlo emergere. Ecco vorrei essere loro compagna in questo. Perché è la responsabilità che sento nei confronti di me stessa. Di non illudermi di desiderare un po’ meno della verità, della grandezza, della totalità che il mio cuore esige. Ho incontrato nella vita persone che non hanno paura della profondità dei miei desideri, ma che anzi spendono la loro vita a invitarmi e a chiedermi di essere leale fino in fondo con quel che sento e quel che voglio, di non censurare ciò di cui ho bisogno. Essere insieme per non accontentarci e per scoprire chi ci salva la vita davvero, chi ci rende liberi, non meno paurosi, ma liberi perché ragionevolmente-esistenzialmente certi che la nostra vita è voluta ora e ha un destino buono: questa è la vera rivoluzione (per cui scenderei in piazza). E in questo senso posso dire che l’unica rivoluzione è la compagnia cristiana.

Squalo Bianco