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Per non fermare l’Italia

A Torino continuano, soprattutto in alcune zone, le proteste di “Fermiamo l’Italia”. Si tratta di gruppi (che si dicono spontanei) che interrompono le strade per alcuni minuti, degli assurdi passaggi a livello umani nei punti nevralgici del traffico cittadino. Poi ci sono scorribande di manifestanti che per alcune ore costringono in interi quartieri a chiudere i negozi e bancarelle dei mercati rionali. Alcuni grossi supermercati hanno avuto i picchetti per tutto il giorno.
Ciò che sconvolge è la simpatetica tolleranza, o addirittura la solidarietà, di molti cittadini che assistono e sono messi in difficoltà dalla manifestazione. “Bisogna fare qualcosa per questa situazione”, “Chiudere i negozi per qualche giorno è meglio che chiuderli per sempre”, “Questi politici devono andare a casa”: queste parole riecheggiano nelle strade, negli uffici, nelle scuole. Tutti hanno racconti che descrivono la crisi, il disagio sociale che sembrano motivare i disordini provocati nelle strade.
Mi sono avvicinato ad un blocco stradale, per capire da vicino cosa sta succedendo. Due ultras mi hanno dato un volantino e mi hanno parlato di “euro che ci sta ammazzando”, “politici che spendono i soldi che noi guadagniamo”, “popolo alla fame”. Un altro manifestante, che mi ha confessato di essere un grillino, parla di “casta” che deve andare a casa. La bandiera dell’Italia sventolava accanto al fuoco improvvisato, ai carabinieri che sorvegliavano svogliatamente. Gli studenti, più eccitati, sembravano finalmente partecipare ad un’iniziativa utile e concreta.
È vero, come dice Letta, che la protesta non rappresenta la maggioranza degli italiani, e che al “Movimento dei forconi” il governo ha risposto ricevendo e accontentando i rappresentanti degli autotrasportatori. Ma le istanze degli autotrasportatori non compaiono più nei volantini dei manifestanti. Quelli che sembrano essere la cosa più simile a dei “rappresentati” dei “Forconi” non parlano più di accise, e di contratti. È vero che scrivono e dicono di essere apolitici, ma le parole di Mariano Ferro, dei volantini firmati “Fermiamo l’Italia”, sono le stesse che si trovano sul sito di Forza Nuova. Gli studenti, i più indifesi, stanno organizzando scioperi e occupazioni di solidarietà con motivazioni a dir poco generiche e senza uno scopo preciso, infantili, si direbbe. Ma le loro parole somigliano molto a quelle dei loro genitori.
Non penso (soprattutto non spero) di assistere ai prodromi di una rivolta. Ma vedo che più di una volta in questi mesi ci sono stati dei forti segnali di destabilizzazione sociale (vedi corteo Anti sfratti e No tav). In questi giorni ho visto anche una sorta di capacità (volutamente non portata alle estreme conseguenze dagli organizzatori e non soffocata violentemente dalla polizia) di creare forti disordini con il compiacimento di molti cittadini.
La rivolta, il disordine, sembra essere un modo concreto di far sentire la propria voce, di migliorare la società. La politica in questi mesi sembra essere lontana e sempre contro il popolo. I lavoratori, gli studenti, non trovano intorno a sé gruppi di persone con cui discutere, capire, rischiare azioni costruttive, condividere ideali. Quando tra la persona e le istituzioni c’è solo un vuoto che rende il dialogo e la collaborazione impossibile, regnano, in tempi buoni l’indifferenza, in tempi amari la violenza o la speranza che arrivi un uomo forte e capace di risolvere facilmente il disagio sociale.
Oggi, forse più che mai nella storia della nostra democrazia, la gente è sola di fronte al potere. I corpi intermedi, le associazioni e addirittura i partiti politici, sono sempre stati gli strumenti attraverso cui il popolo ha costruito il bene della società, ha trovato un modo per rispondere al peso dei potenti, ha interloquito con i politici, li ha corretti oppure sopportati. A volte, di fronte allo sfacelo, si ha la tentazione di rinchiudersi nel proprio mondo, di distinguersi, magari con la presunzione borghese di dare il buon esempio. La democrazia e la pace sociale si costruiscono testimoniando che l’io non è solo di fronte al potere, che ci si può mettere insieme per costruire. Credo che sia il momento, per chi non è ancora abbattuto dal cinismo, di dare ossigeno e sostegno alle associazioni, alle minoranze creative, ai gruppi che hanno ideali costruttivi. E perché no, di aderire e sostenere pubblicamente un partito politico. Se è vero che la politica è lontana dalle persone, chi si sente parte di un popolo, oggi, ha il dovere di riavvicinarsi alla politica.

Manta