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Prima lezione di politica: il trasformismo

Prima lezione di politica: il trasformismo
Giuseppe Conte e Clemente Mastella from YouTube

La prima repubblica del pentapartito ci ha messo mezzo secolo per arrivare alla pratica sistematica e
conclamata del trasformismo politico e dei voltagabbana di partito; la seconda repubblica del bipolarismo
destra e sinistra ci ha messo una ventina d’anni (e si è poi malamente conclusa coi ben noti Razzi e
Scilipoti); la terza repubblica grillina ci ha messo appena pochi mesi. Chapeau, i cinque stelle sono stati –
almeno in una cosa – i più bravi e veloci di tutti.
Questa è, purtroppo, la sintesi dell’attuale crisi di governo, dove la regia delle grandi manovre
trasformistiche è affidata al Partito Democratico e al Movimento 5 Stelle (o almeno ad alcuni dei loro
leader).

Il trasformismo politico – ossia chi è disposto a sostenere tutto e il contrario di tutto pur di preservare la
propria posizione di rendita politica e tutelare i propri interessi, a discapito di quelli generali – è
sicuramente una deviazione della politica; anzi, una perversione, perché non è solo usare male (deviazione)
lo strumento politico ma è usarlo in modo opposto (perversione) al suo scopo reale, che sarebbe quello di
preservare e incrementare il bene comune.

Tuttavia, a differenza di quello che dicono i più (spesso proprio tra gli stessi professionisti del
trasformismo), il trasformismo politico non è una perversione morale che va a colpire il tanto acclamato e
difeso (anche qui, spesso dai medesimi trasformisti) principio di coerenza. Il trasformismo è una
perversione che va a colpire il ben più importante principio di realtà, di ragione delle cose, quasi nel senso
tomistico di corrispondenza tra realtà e intelletto.
Infatti, il trasformismo è il risultato della perdita quasi totale del significato, del senso e dell’esercizio della
politica. Dove quel bene comune di cui sopra, a cui la politica dovrebbe tendere sempre e comunque, è
totalmente bypassato e lo strumento politico resta fine a stesso.

Si usa la politica e non si fa politica.

Ed è qui che si capisce la non corrispondenza tra realtà e intelletto: la realtà (politica) non è adeguata (non corrisponde) all’esigenza delle persone. E di questo gli elettori, la gente, il popolo se ne accorge; capisce che c’è qualcosa che non va, che non torna, che puzza, che non piace. Solo che poi in molti casi il popolo reagisce, e in modo appunto un po’ reattivo, con l’anti-politica. Per poi tornare, come abbiamo visto sopra coi grillini, ancora più velocemente al trasformismo. Un loop infinito
insomma, ma che nel frattempo distrugge, anziché costruire, il bene comune e che soprattutto stanca.
Detto così sembra complicato, ma non lo è: quando qualcosa non è ragionevole, chi la subisce ne
percepisce appunto l’irragionevolezza, l’ingiustizia. E giustamente, a sua volta, si ribella o, peggio, si
disinteressa.

Serve praticare, conoscere e studiare la politica e la sua storia. E soprattutto occorre non rinnegare ma anzi
recuperare e rinvigorire le grandi tradizioni del pensiero politico. Quelle forze di azione e di pensiero che
sono state in grado per molti anni di preservare la politica dal trasformismo; non senza errori, ma
sicuramente con maggiori benefici. Il cattolicesimo popolare, che più di tutti sa valorizzare la persona
umana e l’esercizio della sua libertà singola e associata; il pensiero liberale, in grado di preservare la libertà
dell’individuo sullo stato; il pensiero socialdemocratico, attento a evitare gli squilibri sociali ed economici
delle società complesse.

Occorre, in sintesi, fare politica e non usare la politica. E occorre farlo a prescindere del ruolo (di eletto o
elettore) e farlo insieme, per evitare che il solipsismo sia l’ultimo rifugio da una politica che non si è più in
grado di capire.

Hammerhead