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Qualche idea su Silence di Scorsese

Ecco un film “duro” per i cristiani. Affronta uno dei misteri dolorosi della fede, che è quello dei lapsi, di coloro che cadono di fronte alla prova del martirio. Solo un cristiano perseguitato, nelle molte forme che la persecuzione può avere, sa quanto sia vero il dramma rappresentato da Scorsese. Occorre cedere, vivere tranquilli e non turbare le coscienze, magari facendo un po’ di bene, o resistere nel vero e nella testimonianza a prezzo della sofferenza propria e dei propri amici?

La risposta non può essere data a priori, teoricamente, e chi la dà teoricamente e presuntuosamente, cade in modo peggiore degli altri. Anche la forza del martirio è una grazia. Ma, contrariamente a quello che Scorsese dice, c’è una risposta univoca. Certo, Dio può trasformare il male in bene, ma ci sono cose oggettivamente più vicine al bene o al male. Sì, è meglio non cadere nel supremo tradimento, quello della fede e della vocazione, e occorre domandarne la grazia a Dio. Perché è meglio non cadere? Perché il significato della vita vale più della vita e una vita senza significato non è vita. La bellissima rappresentazione della gente che aspetta la fisicità dei sacramenti e dei segni della fede lo dimostra. La fede cristiana non è un rapporto con un Dio ignoto come accade in ogni altra rappresentazione religiosa ma è una relazione con uomini che sono segno di Dio perché Dio ha voluto rivelarsi come uomo. I due preti gesuiti del film forse avrebbero dovuto stare insieme per resistere. Dio parla attraverso gli altri cristiani. Come paradossalmente dimostra colui che tradisce sempre ma continua a chiedere di essere perdonato, cioè di rimanere in rapporto con l’uomo che è il segno efficace di Dio. Alla fine, rimanendo dentro a quel rapporto, chiamando bene il bene e male il male, Dio concede anche la forza del martirio.

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