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Questa morte è assurda. O non lo è

Negli ultimi giorni tutti i mezzi di informazione, non escluso il suo, hanno parlato ampiamente della vicenda di Piermario Morosini. Un parlare diffuso e per certi versi insolitamente discreto che tuttavia non mi aiuta a sciogliere, anzi lo accresce, quel disagio che da domenica cerco di tacere a me stesso. Un ragazzo bello come il sole, a venticinque anni, senza alcuna ragione umanamente spiegabile, d’improvviso, muore. Questa morte è assurda, o non lo è: tertium non datur.
E noi siamo qui. Da giorni parlando dell’ambulanza e del suo ritardo, dell’auto dei vigili parcheggiata male, del defibrillatore troppo distante dal campo. Parliamone, dunque. Anche con spietatezza. Ma prima o poi, per carità verso noi stessi, verso questa vita così bella da straziare e così indomabile, chiediamoci l’un l’altro il coraggio di fermarci, di smettere di cercare colpe contingenti e di inquadrare quella che nel nostro mondo di astrazioni è la Colpa senza colpevole. Guardiamo una volta quel terrore della morte che, come dice san Tommaso, è proprio della nostra natura, tanto che per non morirne l’uomo deve scordarsi di sé.
Questa sera ho avuto la ventura di rileggere il Salmo 48 e mi ha ferito la sua lucidità petrosa: «Nessuno può riscattare se stesso, / o dare a Dio il suo prezzo. / Per quanto si paghi il riscatto di una vita, / non potrà mai bastare / per vivere senza fine, / e non vedere la tomba». Questa morte è assurda. O non lo è. Ed è a questo grido che il mio cuore e la mia carne chiedono risposta per non vivere, e morire, nel terrore. Un terrore, continua san Tommaso, che solo la grazia può vincere, perché donando il senso della vita dona l’audacia di viverla, di vivere quella sembianza di corruttibilità che ci attrae e ci ripugna.
La grazia, lo sappiamo, non è in mano nostra. Ma il desiderio della grazia, il grido delle viscere che chiedono il proprio senso, il senso del proprio vivere e amare, quello non si può tacerlo senza violentare ciò che siamo. Se già è misero non essere uomini di fronte alla vita, non esserlo di fronte alla morte è un delitto che non possiamo permetterci. Per amore di noi e degli altri. E perché solo così, quando verrà, potremo riconoscere la salvezza, pur essendone indegni.
Il Trota