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Si avvicina l’inizio della scuola. Tra le tante parole che ascolteremo per l’occasione non mancherà certo un po’ di retorica; ma a me, che mi troverò di fronte, tra pochi giorni e per nove mesi, decine di alunni che, con la loro semplice presenza, sono un grande, quotidiano punto interrogativo, capita sempre di pensare non poco alle parole con cui li accoglierò il primo giorno di scuola.
Vorrei che fossero l’abbraccio affettuoso di chi ritrova delle persone care che non vede da un po’, e al tempo stesso un pungolo a tirare fuori tutto il bene che si annida in ciascuno di loro (di noi).
Quest’anno leggerò loro questo pensiero di Giovanni Guareschi, che mi è capitato per caso tra le mani proprio oggi. È del 15 gennaio del 1945. In quel momento Guareschi era prigioniero in un campo di concentramento in Germania, non era neppure certo, dunque, che sarebbe tornato vivo a casa. Eppure l’invito finale a “passare ogni parola al vaglio della propria coscienza” ci dice di un uomo il cui corpo è prigioniero del lager, ma il cui cuore è grande e libero: il cuore che domando per me e auguro ai miei studenti.
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Giovani disorientati cercano la verità. Sono pieni di buona volontà: «Ci vorrebbe qualcuno che ci insegnasse, che ci istradasse. Qui c’è tempo, c’è gente in gamba: do­vrebbero fare dei corsi».
Hanno il morbo nel sangue. Vorrebbero dei corsi. Corsi di ricostruzione, corsi di domani, corsi di politica, corsi di libertà. La verità non si insegna: bisogna scoprirla, conquistarla. Pensare, farsi una coscienza. Non cercare uno che pensi per voi, che vi insegni come dovete essere liberi. Qui si vedono gli effetti: dagli effetti risalire alle cause, individuare il male. Strap­parsi dalla massa, dal pensiero collettivo, come una pietra dall’acciottolato, ritrovare in se stessi l’in­dividuo, la coscienza personale. Impostare il pro­blema morale.
Domani, appena toccherete col piede la vostra terra, troverete uno che vi insegnerà la verità, poi un secondo che vorrà insegnarvela, poi un quarto, un quinto che vorranno tutti insegnarvi la verità in termini diversi, spesso contrastanti. Bisogna prepararsi qui, “liberarsi” qui in prigionia, per non rimanere prigionieri del primo che v’aspetta alla stazione, o del secondo o del terzo. Ma passare ogni parola loro al vaglio della pro­pria coscienza e, dalle individuate falsità d’ognu­no, scoprire la verità.
Buona ricerca a tutti, studenti ed insegnanti!

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