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Schemi, domande, diritti…

Tutti i media hanno riportato la notizia del fatto che il cambio di sesso di una persona non può essere determinato soltanto dall’intervento chirurgico. Anche in mancanza della demolizione e ricostruzione degli organi genitali, “il desiderio di realizzare la coincidenza tra soma e psiche è il risultato di un’elaborazione sofferta e personale della propria identità di genere realizzata con il sostegno di trattamenti medici e psicologici corrispondenti ai diversi profili di personalità e di condizione individuale”.
Si potrebbe allora discutere, dal punto di vista giuridico e politico, dell’ennesima sentenza in cui la Cassazione si sente legittimata, o costretta, a rendere “vivente” un diritto che non sta più al passo con i tempi (con buona pace della corsa renziana alle riforme, anche le più “progressiste”).
Oppure si potrebbe guardare al dramma della persona il cui ricorso ha dato origine a questo caso giudiziario: un uomo che vive, ed è socialmente riconosciuto/a, come donna da 25 anni e che, dopo aver ottenuto l’autorizzazione all’intervento chirurgico aveva deciso di rinunciare all’operazione per dei rischi di tipo medico, ma chiedeva comunque il cambio di stato civile.
Ma quello che più mi interroga è questo desiderio duplice e contrapposto di spaccare gli schemi, da un lato, e di essere riconosciuti dentro altri schemi, dall’altro.
La particolarità del caso – che non è affatto isolato – è che c’è in gioco di più che non la prigionia in un corpo e in una natura che appare contrapposta al proprio sentire. Qui si chiede che quel proprio sentire sia identificato in un pezzo di carta della burocrazia amministrativa, prima ancora che nella propria immagine allo specchio. Come se questo potesse dare definitività ad una situazione che – con tutto il rispetto per la persona del caso – definitiva non è, quantomeno perché ultimamente ibrida, rinchiusa in un travestimento.
E io mi domando: ma per chi vede la natura come una misura da spaccare, per chi non teme (a volte anche coraggiosamente) di andare controcorrente, contro la tradizione, contro i pregiudizi, incontro ad un dramma inevitabile… per costoro, che importanza ha il plauso della società, il riconoscimento di giudici togati, un timbro apposto su un documento di identità???
Mio Dio, come abbiamo tutti bisogno di essere “giustificati” (nel senso di sapere o credere che è giusto quello che facciamo, diciamo, pensiamo)!!!
Se mi sento donna, chiamami Carolina; se non la amo più, falla sparire come non fosse mai successo nulla; e poi, vendimi il fumo nel negozio sotto casa; e dammi un figlio perché, se no, mi manca un pezzo (fai tutti gli esperimenti che vuoi, ma io ne ho bisogno!); curami se lo voglio, uccidimi se te lo chiedo…
Non che sia scandaloso che il cuore suggerisca queste richieste: la tragedia è che divengono affermazione di “diritto” e “diritti” e – sparito il Mistero, troppo lontano o troppo incorruttibile – l’unico terminale di risposta resta lo Stato, la legge, il potere.
Se ne era già accorto Oscar Wilde, che vedeva nel sacrificio di sé fino alla morte l’unica speranza di redenzione di un mondo che tante volte resta ingiusto (“Il fantasma di Canterville”, “Il principe felice”, “L’usignolo e la rosa”, “Il gigante egoista”, e in parte, ma più disperatamente, “Il ritratto di Dorian Gray”).

Sirenetta