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STRUTTURALMENTE UOMIMI

La scorsa settimana mi è capitato per ben due volte nel giro di pochi giorni di trovarmi di fronte a due ragazzi di sedici, diciassette anni che, avendo fatto una stupidata seria a scuola, rispondessero alla mia domanda: “Ma perché l’hai fatto? A quale scopo?” nello stesso identico modo: “Boh, non so…” con sul volto un’espressione di candido stupore come se stessi facendo loro la domanda più assurda che si potesse fare. L’azione e il suo scopo sono due elementi del tutto separati. Slegati. Senza alcun nesso. Non mi aspettavo certo risposte profonde, ma almeno una cosa del tipo: “L’ho fatto perché mi stanno antipatici”, “L’ho fatto perché odio tutti”, “L’ho fatto perché mi trattano male”, “L’ho fatto perché volevo fare una cretinata per divertirmi” e simili. Insomma, un motivo qualsiasi. Ma il problema, mi sono accorta, è che non c’era neppure lontanamente l’idea che a un gesto sia connessa, legata una ragione. Il fatto mi ha tuttavia molto interrogato.

Mi ha colpito in proposito qualche giorno dopo una sottolineatura di una mia amica: la struttura dell’essere umano è tensione all’Infinito. Questo non è un problema morale da tenere aperto perché è talmente costitutivo dell’essere di ciascuno di noi che per sua natura resta aperto. Grida. Mi ha illuminato anche su quei due ragazzi. La loro totale assenza di scopo consapevole, non elimina la loro struttura di uomini, per cui un gesto esige uno scopo e, volenti o nolenti, coscientemente o meno, ne esprime uno. Allora l’avventura diventa trattare l’altro con questa dignità intrinseca. Appellarsi all’esigenza nascosta ma presente anche nei loro cuori e cervelli. Non un richiamo moralistico ma la costruzione di un rapporto adulto. Come cambia lo sguardo sul mondo e sull’altro! Tutto ha di nuovo il gusto di una nuova opportunità. La realtà si apre a nuove possibilità con cui entrare in relazione.

Stella Marina