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Suicidi

Tra i tanti dolori di popolo che, dalle pagine dei giornali, richiamano la mia attenzione, non riesco a staccare il pensiero da due drammi individuali. La storia è quella di due atleti italiani che, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro – quasi in tragica staffetta – hanno deciso di rinunciare alla vita. Giovani, belli, apparentemente sani e di promettente avvenire, continuano a urlarmi in faccia, persino con la violenza con la quale si sono strappati la vita di dosso, una urgenza incolmabile.
Agli amici racconto spesso il colpo che ebbi quando, più di venti anni fa e molto giovane anch’io, mi capitò di leggere di una ragazzina di 15-16 anni di Roma, trovata morta suicida nel bagno della stazione con in tasca un biglietto indirizzato ai genitori. C’era scritto “Mi avete dato il necessario, mi avete dato il superfluo, mi è mancato l’indispensabile”.
Già, l’indispensabile… E’ tanto impetuoso il cuore nella sua urgenza che, finché non trova qualcosa che lo compie totalmente, non è in pace. L’alternativa è pensarlo solo come quel muscolo cavo che, finché va, spinge il sangue a nutrire le milioni di cellule che (per caso) mi formano il corpo, e alla ferita che brucia come a una paranoia da soffocare con altro (magari, perché no, con uno stordimento farmacologico).
Quindi, o morte cercata o morte apparente?
La storia di molti (e, per immeritata grazia, anche la mia) racconta di Uno che, solo, non ha avuto paura della ferita del cuore ma che, anzi, proprio da questa è partito per farmi capire chi sono, di chi sono, e per abbracciarmi. Ed è solo da dentro questo abbraccio che, pensando all’infinito dolore di Giulia ed Alessio, riesco a sussurrargli: “non abbandonarli, Signore, sono tuoi”.

Alice