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SUSANNA!

Ho saputo che nella via in cui passo ogni mattina abitava una donna che soffriva molto. 25 anni di sclerosi multipla.
Ho saputo che non ce la faceva più e ha scelto di andare in Svizzera e di morire con una flebo nel sonno.
In realtà, la notizia dei giornali è una denuncia al fatto che abbia, alla fine, dovuto andare fino a Lugano. Ma io, invece, sono contenta di abitare in un Paese dove ancora – per ora – qualcuno crede che la vita, qualunque vita, abbia un valore.
La nostra è una libertà ferita, che il dolore mette alla prova in modi a volte insopportabili. Chi può pensare che un singolo uomo ce la faccia? Per questo, anche le leggi possono aiutare a non dimenticare di cosa è fatto l’uomo, possono evidenziare che le nostre azioni hanno un peso e delle conseguenze, che rompere un legame, un ordine non lascia indifferente la comunità tutta.
C’è spesso un esempio nei libri di diritto sul “valore sociale” persino della proprietà: nessuno può bruciare liberamente un’opera d’arte, pur formalmente sua.
Quel che colpisce è l’estremo ripiegamento su di sé. Assolutamente comprensibile, ma che lascia fuori troppe cose. Lascia un uomo e un figlio: “so che soffriranno, ma questa è una cosa che faccio per me, non per loro”. Lascia l’affermazione di un grande nulla: “nessuna religione, d’altra parte, consente il suicidio, no?”.
Lascia fuori ogni senso del mistero, ogni categoria della possibilità, ogni appiglio che non sia il rifiuto di un dolore inconsolabile. Il giornalista commenta: “Ha un progetto da portare a termine. Il suo”.
Non ci sono colpe, ma c’è una grande responsabilità di tutti. Sempre nell’articolo si dice: “La gravidanza ha fatto esplodere il male, come se la vita con una mano le consegnasse il senso profondo di sé e con l’altra cominciasse a toglierglielo”. Siamo tutti chiamati a stare davanti a queste contraddizioni, con la ragione e con la carità, con le leggi e con il conforto reciproco, da uomini, insomma.

Sirenetta