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Thankgod e il clanDestino

Sunny, Endourance, Kingsley, Collins, Lovely, Happy ed infine, uno degli ultimi arrivati, Thankgod.
Sono questi alcuni dei nomi dei ragazzi arrivati in Italia dall’Africa ed ospitati in uno dei Centri di Prima Accoglienza del Basso Molise.
Negli ultimi anni molti stranieri sono entrati (e continuano a entrare) in Italia senza regolare visto di ingresso, clandestinamente.
Il nostro Paese accoglie questi stranieri clandestini anche in forza della sottoscrizione della Convenzione di Ginevra del 1951, relativa allo status dei rifugiati. Una volta giunti in Italia occorre verificare se sono effettivamente perseguitati per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale o per le proprie opinioni politiche.
Anche se pochi sanno come avviene nel dettaglio tale verifica, molti hanno sentito parlare di Centri di Prima Accoglienza (CPA), di Centri di Identificazione ed Espulsione (ICIE), di Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), Fondo Nazionale per le Politiche e i Servizi dell’Asilo (FNPSA). Sono denominazioni e sigle cui ci stiamo abituando.
Come ci stiamo abituando ai mille richiedenti asilo presenti attualmente in Molise. Circa 600 nei Centri di Prima Accoglienza e gli altri inseriti nei cosiddetti progetti SPRAR.
Anche se si sta riprofilando l’ipotesi di un grande hub a S. Giuliano di Puglia che ospiti circa 500 richiedenti asilo, nel Molise si è optato per un modello di accoglienza diffusa, per cui sono presenti una serie di Centri di Prima Accoglienza a Petacciato, Termoli, Campobasso, Vinchiaturo, Monteroduni, Casacalenda, Jelsi, Roccaravindola, etc.
Le problematiche connesse con l’arrivo di questi stranieri sono molteplici.
Da un lato c’è l’aspetto emergenziale e la gestione dei Centri di Prima Accoglienza, poi c’è la valutazione delle domande di asilo da parte delle apposite Commissioni (possono passare anche 7-8 mesi dalla presentazione della domanda da parte del sedicente rifugiato al momento della valutazione).
Se la domanda viene accolta, vi sono le difficoltà di inserimento sociale e le iniziative per rendere sistematica la politica di integrazione.
Non possiamo, poi, dimenticare i costi dell’operazione Mare Nostrum e il fatto che tanti mettono in dubbio l’opportunità di tale accoglienza, non solo per i costi da sostenere, ma per l’impossibilità di dare un futuro a tutte queste persone.
Ci sarebbero da prendere in considerazione gli aspetti legati alle competenze dello Stato (attraverso le Prefetture) e di come queste vengono gestite. C’è anche da discutere delle attribuzioni alle Regioni, ai Comuni ed al sistema del terzo settore e della necessità di un coordinamento operativo dei meccanismi di accoglienza.
Di tutto questo qui non possiamo parlare.
Io ho il “privilegio” di lavorare temporaneamente in uno di questi Centri e posso toccare con mano come questi ragazzi vivono e cosa viene fatto (o cosa non viene fatto) per loro dal punto di vista della vivibilità e dal punto di vista formativo, educativo e sociale; ma neanche di questo posso, né voglio parlare.
Voglio parlare della sfida quotidiana che comporta il lavorare lì, ogni momento in cui sono lì è una sfida. La loro presenza è una provocazione, il loro sguardo è una continua domanda, le loro richieste sono il segno di un bisogno più grande e profondo. C’è un solo modo per stare di fronte a loro e di fronte alle loro storie: prenderli sul serio e valorizzarli. Volergli bene così come sono, senza pretese; e poi magari fargli vedere, grazie alla disponibilità di qualche amico generoso, qualche bel film nella loro lingua, mettere a disposizione le macchine per accompagnare i cristiani a Messa la Domenica e chiedere con insistenza i tappetini per la preghiera dei mussulmani.
Insomma, parafrasando il titolo del Meeting di quest’anno, mi trovo dentro una delle “periferie del mondo e dell’esistenza” e non voglio che il Destino lasci soli quegli uomini, non voglio che lasci solo uno che si chiama Thankgod.

Pesce (ner)Azzurro