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The great Gatsby

Il grande Gatsby è tutto ciò che è l’America vera, non quella delle immagini delle brochure turistiche. E l’America vera è profondamente calvinista, for better and for worse. E’ calvinista nel suo senso puritano dell’adorazione del successo, che è segno della preferenza di Dio come tra i cattolici lo è l’essere deboli. E’ calvinista nel suo senso del peccato, tanto temuto quanto sfrenatamente perseguito una volta che se ne è varcata la soglia. Niente di più esagerato di ciò che avviene in una festa di gente che non pensa che i soldi, il sesso, la musica e l’alcool siano elementi normali della vita, di per sé buoni e, come tutto resto, passibili di uso buono e cattivo. E alla fine è calvinista pure nei suoi “eroi”. Il film (e il meraviglioso libro) fa emergere puritanamente il marcio della corruzione per esaltare la “purezza” del protagonista che vive nel marcio e di marcio ma che ha un sogno d’amore che vuole realizzare. Ma è qui che diventa ancora più calvinista: nulla di più violento di un sogno, specialmente d’amore, che è possesso dell’altro come risultato e trofeo dei propri sforzi invece che affermazione dell’altro anche a proprio costo.
Tutto solo male, allora? Sì, non ci sono i buoni. Ma rimane quella voglia di vita e quel coraggio di provare che la cultura statunitense, a differenza di quella europea, non smette di sentire. In una sola cosa Gatsby è grande: nella totalità del desiderio.
E’ anche questo profondo desiderio frutto del calvinismo o potrebbe esistere senza calvinismo? Se fosse la seconda, che cosa diventerebbe l’America se si convertisse a un cristianesimo non moralista?

Torpedine