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The Joker

Sono andato a vedere l’acclamato capolavoro, già vincitore del festival del cinema di Venezia e, sicuramente, futuro vincitore di molti premi. In effetti, l’attore principale (J. Phoenix) fa un uso incredibile del corpo e della faccia, e regia e fotografia lo esaltano rendendolo indelebile. Tuttavia, il messaggio del film è vecchio e ormai consumato, il solito messaggio nichilista che viene sempre premiato dagli anni ‘70 in avanti. Si muove sempre su tre pilastri. 1) il dubbio sulla realtà. La realtà è ambigua; alla fine del film non bisogna capire che cosa è reale e cosa no: man mano diventano dubbi, la storia di famiglia, gli incontri buoni, la storia intera di Batman e tutta Gotham city, l’intera trama del film. La bellezza di tutto ciò sta nel giochino intellettuale che si può fare alla fine del film. Ma è davvero interessante? 2) La violenza. La violenza però rimane, ben solida. Che sia nella mente del povero malato Joker o nella realtà/illusione di Gotham, le immagini ultra-violente alla Tarantino devono restare, con il loro ambiguo fascino di eccesso. 3) La non libertà. Come sempre nella nostra cultura post-moderna, il cattivo non è mai responsabile. Qui è addirittura malato dall’inizio e quindi del tutto irresponsabile. Ma se non fosse abbastanza, è anche colpa della società, della famiglia, del capitalismo.

L’unico aspetto grandioso del Joker del fumetto di Batman è l’intelligenza prodigiosa ma ovviamente nel film non emerge mai. Sarebbe stato un tratto positivo. Invece, occorre sempre e solo far percorrere il sottile fascino del nulla. La consolazione è che ormai si tratta di pensieri che sono passati di moda da molti anni negli studi filosofici-culturali e, presto – si spera – vedremo premiare nuovi registi, con idee nuove, più originali e più acute nel cogliere l’infinita ricchezza della realtà.

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