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Turkey, what’s up?

L’ondata di proteste che sta coinvolgendo la Turchia nell’ultimo mese è sulle prime pagine di tutti i giornali e mass media. Ma cosa sta succedendo veramente?
L’origine delle manifestazioni di dissenso è partita da Istanbul, dove una cinquantina di persone il 28 maggio scorso ha organizzato un sit-in per protestare contro la distruzione del parco Gezi per fare posto ad un nuovo centro commerciale. L’attacco della polizia ai manifestanti ha dato una risonanza nazionale alla contestazione, ampliando il motivo del dissenso verso istanze politiche più generali e dando vita a manifestazioni in tutto il paese represse violentemente dal governo. L’indignazione causata da uno sproporzionato uso della forza nei riguardi di una contestazione essenzialmente pacifica, ha dato un’eco internazionale alle manifestazioni, inasprendo la protesta contro il governo guidato da Erdoğan (leader del partito islamico-conservatore AKP).
Al di là della repressione violenta, la protesta che sta coinvolgendo parte della società civile turca, esplosa dalla manifestazione del parco Gezi, ha radici più profonde: per tentare di comprenderle occorre guardare alla storia recente della Turchia.
Già a partire dagli anni ’30, a differenza della maggior parte degli altri paesi islamici, la Turchia è andata incontro ad una graduale laicizzazione per reprimere il controllo della religione islamica sullo Stato, fino agli ultimi anni dove la struttura politica e legislativa della Repubblica è stata oggetto di riforme e ristrutturazioni per concorrere all’ingresso nell’EU, sfociando in un vero e proprio processo di “occidentalizzazione” (una su tutte la decisione di passare dall’alfabeto arabo a quello latino). Tuttavia nel 2002 e poi nel 2007 le elezioni sono state vinte dal Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo (AKP), grazie al largo consenso ottenuto fuori dalle città: sotto il governo islamico-conservatore di Erdoğan la Turchia ha scoperto un benessere dato principalmente dalle politiche di liberalizzazioni e privatizzazioni, assieme a un tentativo crescente di imporre un sistema islamista ed autoritario (dalle restrizioni di libertà di parola e di stampa alla reintroduzione del reato di blasfemia, dal divieto di aborto alle recenti posizioni sulla guerra civile in Siria).
In sintesi ci sono due concezioni di Stato a confronto: laicista, che rifiuta ogni interferenza da parte della religione; islamico, che fonda la sua politica sulla dottrina. La protesta turca fa sorgere grandi domande su cosa significhi la laicità dello Stato e sulla sua importanza, data oramai per scontata soprattutto nelle democrazie occidentali.
Il concetto di laicità rivendica l’autonomia individuale da parte dell’individuo, perciò non può prescindere dal concetto di libertà: uno implica l’altro. La laicità di uno Stato si compie quando è rispettata la libertà di ogni singolo individuo e – in questo caso – anche quella religiosa. Per dirsi laico, lo Stato dovrebbe quindi cogliere e valorizzare quelle proposte politiche nate da comunità, religiose e non, che cooperano al bene comune. D’altro canto, nel farlo, non potrebbe assimilarsi ad una qualsiasi di queste comunità, pena la preclusione della libertà di tutti coloro che non vi si riconoscono.
Siamo certi che salvaguardare la libertà, valorizzandone le sue espressioni più creative e costruttive, costituisca la strada di crescita per una qualsiasi società e la speranza anche per la popolazione turca.

Blue Marlin