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UN EURO E UN SAX…

“Scusi, signora, ha un euro?”.
Troppe volte al giorno sento questa frase!
C’è una povertà dilagante, che va dalle code dei bancomat in Grecia, ai campi rom, fino ai vicini di casa…
E’ così evidente che fa domandare anche i bimbi, che fa venire voglia di fare qualcosa.
Una povertà non appena materiale, ma sociale, culturale e di significato.
“Signora, ho fame!” E io passo dritta, chissà perché; poi compro un pezzo di focaccia in più e torno a cercare quella faccia, tutta contenta di avere qualcosa da darle.
“No, io voglio la pasta: questo mi secca la bocca!” E’ come uno schiaffo. E’ quella povertà – la più terribile – che rende impossibile perfino un tentativo di aiuto.
Ma lì si capisce che la vera carità è un perdono: per i poveri e per i ricchi, per gli amici come per i nemici. Un abbraccio all’altro così com’è, per quello di cui ha bisogno in quel momento.
Anche quando è ingiusto, anche quando sbaglia. “Non è questione di giustizia tra di noi…”: me lo ha ricordato mio marito l’altra settimana, accogliendo in casa una “fuggitiva”, piena di bugie, che non aveva altro posto dove stare.
Mi sembra che il “trucco” stia qui: bisogna essere molto ricchi di rapporti veri per stare di fronte alla povertà.
“Scusi, signora, ha un euro?” mi dice un vecchio col saxofono in mano, “Stanotte non ho dormito dal caldo. Abbiamo una piccola roulotte.”
E io penso proprio a mio marito (anche lui non è riuscito a dormire nella nostra grande casa), penso all’amico che mi ha appena offerto il caffè (perché – a differenza dei greci – mi sono dimenticata di passare al bancomat). “Guardi, le do quello che ho, 50 centesimi”.
Poi mi incammino, con un’Ave Maria nel cuore, accompagnata dalle struggenti note del sax.

Sirenetta