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Un film da vedere

Un sacchetto di biglie, tratto dall’omonimo libro di Joseph Joffo, uno dei due fratelli protagonisti della vicenda, è la storia drammatica, ma delicata – perché vista attraverso la semplicità di sguardo di due ragazzini -, della fuga ingiusta e assurda a cui una famiglia ebrea di Parigi è costretta nel 1944, a causa della folle persecuzione hitleriana.

Ma non è solo questo: è la storia di un susseguirsi di circostanze ed incontri fortuiti quanto curiosi (ora con un prete, ora con un medico, …) che di volta in volta hanno regalato ai due protagonisti la salvezza. “Se sei scampato due volte alla morte significa che un compito nella vita dovrai pur averlo”: è la frase che, posta nel cuore del film, all’apice del dramma, quando la disperazione sta per divorare tutto nel suo buco nero, illumina quel buio, fa ricominciare a “guardare avanti”.

È l’affermazione della vita. Nel film riemerge ancora, come se non fosse già abbastanza chiara, la grande forza del popolo ebraico. È una grandezza che passa dalla normalità delle cose (il lavoro di barbiere del padre, le mattinate a scuola, …) e dai sacrifici chiesti per amare i propri cari. Amare. Che a volte significa lasciare andare via i propri figli da soli nella notte per raggiungere la Francia libera e a volte portare sulle spalle il proprio fratello zoppicante, o ancora e addirittura guardare con umanità e semplicità il collaborazionista che odia gli ebrei. Perché in fondo l’uomo è libero: capace di gesti di umanità e di bene gratuiti ovunque si trovi.

Pastinaca e Pesce volante