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Un supereroe per tutti, tutti per i supereroi

In concomitanza con la Giornata Internazionale della Donna è uscito nei cinema Capitan Marvel, ultima pellicola della Casa delle Idee, facente parte dell’universo cinematografico più redditizio dell’ultima decade (MCU).
L’uscita di questo film è stata segnata da una massiccia campagna denigratoria di dimensioni tali da aver costretto, prima Rotten Tomatoes (autorevole sito di valutazione delle pellicole dei film basato sulla media dei recensioni di critica e pubblico) e poi YouTube, a modificare le modalità di utilizzo dei rispettivi siti, al fine di preservare un clima di neutralità prima dell’uscita del film.
La prima nota in merito riguarda sicuramente il potere oramai decisivo detenuto dalla Disney, che ha inglobato la Marvel oltre a molte altre case cinematografiche, potere che l’azienda non esita ad esercitare per tutelare i propri prodotti commerciali.
Il che sembra anche normale se non fosse che si inserisce in un quadro più grande che molto ha a che fare con il motivo alla base della campagna d’odio subito dal film prima del suo rilascio.
Il motivo è il sessismo sventolato sia da chi attacca il film sia da chi lo difende.
Perchè Capitan Marvel è il primo film del MCU con protagonista una donna, Carol Danvers, uno dei supereroi più forti.
Avevamo già delle supereroine ma nessuna protagonista di un filone suo proprio (la Vedova Nera avrà giustamente un suo film dedicato solo tra qualche anno purtroppo).
Gli haters rimproverano al film la sua impronta marcatamente femminista e la sua denigrazione degli uomini.
E da cosa l’hanno desunta non avendo potuto ancora vedere il film? Solo perché la protagonista è una donna fortissima non vuol dire che gli uomini sono delle mezza calzette? Mica io mi sono sentita offesa dalla potenza di Thor e Capitan America, anzi li adoro!
Qualcuno potrebbe obiettare che già un paio d’anni fa si era avuto un film di supereroi con protagonista una donna, Wonder Woman della rivale DC Comics distribuito dalla Warner Bros, e che lo stesso aveva avuto un grande successo senza sollevare alcun vespaio.
L’affermazione è parzialmente vera in quanto se, da una parte, ci furono comunque tutta una serie di critiche anche a quel film, dall’altra, lo stesso aveva una differenza non da poco: l’attrice protagonista.
Wonder Woman è interpretata da Gal Gadot, bellissima attrice e modella israeliana che grazie al servizio militare obbligatorio in patria era già di casa nei film action (si veda la saga di FAST&FURIOUS), molto simpatica ed estremamente dolce nelle interviste, dove cita spesso le sue bimbe piccole.
Per converso, l’attrice che è stata scelta come volto di Capitan Marvel è Brie Larson, non particolarmente famosa nel mondo dei blockbuster quanto più solita partecipare a film indie, vincitrice meritata di un Oscar per Room qualche anno fa, fervente attivista femminista americana.
Ecco il problema.
L’attrice è una femminista convinta ed ha deciso di usare anche la propria attività lavorativa per portare avanti le sue idee, prestando il fianco a una serie di critiche che nulla hanno a che vedere con la qualità artistica di un film.
Non ritengo sbagliato che si usino anche i film per veicolare la propria idea ma ovviamente questo non li rende per forza buoni film ma solo fino a cd. impegno sociale che comunque vanno visti e valutati.
Questa considerazione va fatta anche al contrario.
Un film che veicola una certa idea con cui siamo assolutamente d’accordo magari è un brutto film.
Alla data di questa tempesta di critiche ciò non era possibile a dirsi visto che Capitan Marvel non era ancora uscito ed è, quindi, stato travolto dal pregiudizio puro.
Certo, è facile intuire come i produttori, registi ed interpreti di un film con protagonista un supereroe donna (come lo si voglia mettere una rarità nel panorama) abbiano subito l’influenza del rinnovato fervore femminista, esploso soprattutto in America con il movimento Me too.
Sono certa che tali vicende abbiano influenzato se non la direzione perlomeno la promozione del film, ma di questo non dovremmo stupirci.
Tuttavia proprio perché riguardano la promozione certe idee dovrebbero almeno essere veicolate con un minimo di buon senso (degli affari).
Un esempio vale più di mille parole.
In una dichiarazione pubblica alla stampa l’attrice ha chiesto che fosse data la possibilità di avere in sala giornalisti sia uomini che donne, sia bianchi che neri o di altre etnie.
La domanda così posta non sembra malvagia se non fosse che le parole esatte sono suonate così: “Se un film parla di una donna di colore io non ho voglia di sentirmi dire da un uomo bianco di mezza età cosa ne pensa ma voglio sentire solo l’opinione di una donna di colore”.
Bene questo è un comportamento discriminatorio.
Perché se richiedere uguali possibilità di accesso ad una professione senza distinzione di sesso, età, razza ecc. è una prospettiva giusta, fissare gli stessi limiti di sesso, età, razza ecc. riguardo a chi può dare il proprio giudizio, tra l’altro su un film destinato al grande  pubblico, stabilisce un confine in cui essere razzisti o essere sessisti va bene solo se a farlo sono coloro che fino ad oggi sono state vittime della stessa discriminazione.
E questo è inaccettabile.
Oltre ad essere un clamoroso autogol di marketing e di comunicazione fatto dell’attrice stessa, che ha deciso di disinteressarsi di una parte del proprio pubblico in favore delle sue idee, estremizzandole così tanto da cadere in contraddizione.
Un errore che la casa di produzione non ha corretto né avrebbe potuto, poiché nel clima attuale sarebbe stata tacciata di maschilismo retrogrado nonché di soppressione della libertà di opinione (che è in pratica quello che fanno sempre quando un attore non è allineato alla mentalità dominante di Hollywood, vd. tutti gli attori e registi e produttori licenziati per tweet pubblicati almeno una dozzina di anni fa e non in linea con l’odierna “sensibilità”).
E, forse, è una correzione che non è stata fatta anche perché la Marvel tira dritto e macina soldi al cinema in ogni caso e, comunque, anche se nei modi sbagliati si punta l’accento sulle nuove tematiche tanto care ad una certa élite progressista.
Ritornando, pertanto, al punto iniziale riguardante il potere esercitato, anche di fronte a una circostanza banale come un film Marvel, mi viene da domandarmi come viene esercitato questo potere nei mezzi di comunicazione e come questo ci influenza, poiché se rimanere impassibili davanti a quello che vediamo e leggiamo tutti i giorni è impossibile, essere critici nel senso etimologico del termine è un dovere verso se stessi.
Non apprezzo l’isteria collettiva sorta da questi nuovi movimenti femministi che si preoccupano se le attrici di Hollywood sono state guardate in un modo che le ha offese da qualcuno (brutto di solito) ma non sono minimamente interessati alle spose bambine dall’altra parte del mondo.
Non credo nelle quote riservate (rosa, nere, gialle e verdi) ma credo nel dare a ognuno la possibilità di esprimersi provando le proprie capacità, non perché donna o perché nera ma perché è competente in materia di cinema e, soprattutto, ama il cinema, altrimenti aggiungeremo una nuova linea di moralismo.
E soprattutto credo che le cose belle siano per tutti, quello sì senza distinzione di sesso e razza.
Ciò posto essendo io una maniaca del cinema in generale e, assolutamente senza vergogna, una fan sfegatata della Marvel dal primo Iron Man andrò sicuramente a vedere il film.
E ci andrò anche con degli uomini che non hanno alcun problema a fare il tifo per una donna, basta che spari raggi fotonici!

AGGIORNAMENTO

Il film l’ho visto e mi è piaciuto. Tanto.
È tutto quello che ci si può aspettare da un origin story di un supereroe del mondo Marvel: pugni, armi futuristiche, risate e il viaggio di presa di coscienza della protagonista, che come ogni supereroe cerca di capire come fare la cosa giusta. Tipico da donne. O forse solo da esseri umani.

Ostrica