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Un tripudio di luce in mezzo alle “tenebre”: riflessioni su una gita a Ravenna

Sono stata in gita con le mie classi a Ravenna. Un viaggio che immerge nella bellezza. Nella bellezza di un’epoca poco nota (ma anche molto affascinante) che è il Tardo Antico. Quei secoli considerati i “più bui” dei “secoli bui”… quei secoli alla fine dell’Impero romano d’Occidente in cui molte cose stavano decadendo: i confini dell’impero costantemente sfondati dalla migrazione di popoli stranieri guidati da valorosi guerrieri ma anche spinti dal bisogno di cibo per la sopravvivenza; la sicurezza dell’impero, delle città e dei villaggi difficilmente garantita; le discordie tra persone della stessa fazione; la precaria convivenza tra civiltà diverse come quella greco-romana e quella gota; guerre, tradimenti, violenze, intrighi di corte e soprusi. Quei secoli in cui, allo stesso tempo, molte cose stavano nascendo: si stavano delineando le differenze linguistiche; si stava diffondendo il cristianesimo e la sua consapevolezza teologica… si pensi, ad esempio, alla disputa tra cattolici e ariani.

Ed ecco che, in un’epoca così confusa e caotica, a dimostrazione di quel fiume carsico che è la grandezza e la genialità di Dio – per cui nessun periodo della Storia, e delle nostre storie, va perduto – vengono realizzate delle meraviglie artistiche come i mosaici del Mausoleo di Galla Placidia, di Sant’Apollinare in Classe o di San Vitale: un tripudio di luce in mezzo alle “tenebre”.

sanvitale

Ma l’aspetto più interessante è la mentalità di quella gente che ha costruito materialmente questi capolavori in quella società del V-VI secolo d.C. per certi aspetti così diversa e per certi altri così simile alla nostra.

1. Studiando anche approfonditamente le opere artistiche di questo periodo, non si riesce a risalire al nome dell’artista, del progettista o anche solo della bottega principale che si è occupata della realizzazione dell’opera. I pavimenti di Sant’Apollinare sono stati addirittura finanziati da numerose famiglie del luogo, ciascuna una piccola parte. A dimostrazione di ciò, il fatto che le decorazioni floreali e geometriche sono spesso differenti proprio perché ogni famiglia contribuiva alla realizzazione di un pezzo di opera usando i propri denari e i propri maestri di bottega!

2. Molte volte si è di fronte ad autorevoli e facoltosi committenti, come imperatori, vescovi o illustri esponenti della nobiltà, che decidono di dare inizio alla costruzione di una chiesa, un palazzo o un mausoleo, ma che, nella maggioranza dei casi, non ne videro mai la conclusione perché i tempi di costruzione risultarono troppo lunghi. Eppure questa ipotesi, di non vedere conclusa l’opera intrapresa, non li ha distolti dall’impiegarvi le proprie energie.

3. Infine, una sottolineatura politica. In quel momento delicato in cui, soprattutto a Ravenna, dovevano convivere popolazioni diverse come i Goti, ariani, e i Romani, cattolici, i sovrani che seguono una linea volta a favorire tale convivenza cosa fanno? Dicono che in fondo tutto è uguale? Che tutto va bene? Impongono una cultura comune? No. Separano e concedono libertà. Cioè permettono ai popoli di vivere ciascuno secondo le proprie tradizioni, usi e costumi, addirittura secondo le proprie leggi (!). Durante il regno di Teodorico c’era un tribunale per i goti, uno per i romani e un terzo, super partes, per le controversie tra un goto e un romano! E a ciascun popolo affidano un compito per il bene comune dell’impero: ai Romani l’amministrazione, ai barbari la difesa militare (che coraggio!). La lotta vera era sul fronte religioso perché quella sì che era una possibilità reale di unità! Non dico che sia una ottima soluzione… però fa riflettere.

Concludo, dicendo cosa mi porto a casa da questo viaggio (oltre alla simpatia delle mie meravigliose allieve!).

Forse, la grandezza di un gesto è nel compito a cui sta rispondendo, nell’opera a cui sta collaborando, tesserina dopo tesserina, come in un mosaico, dove non si vede l’immagine conclusiva se non dopo tanto tempo e tanta pazienza. Talvolta due tesserine verdi vicine non sembrano significare nulla, ma dopo qualche tempo, dopo che qualcun altro avrà collocato le sue tesserine vicine ad esse, ecco che queste due tesserine verdi diventano il prato luminoso in cui cammina il Buon Pastore, che cerca la sua pecorella smarrita. Forse, in questo mondo tanto attaccato alla realizzazione personale, saremmo più felici nel seguire progetti ideali, nonostante non li si veda conclusi. Forse, in questo crogiuolo di culture e di popoli che è l’Europa e la nostra penisola, dovremmo abbandonare la pretesa orwellina da “1984” di creare un mondo senza differenze, ma dovremmo imparare dai nostri antenati. Riconoscere un punto di unità all’origine. E così dare più vera libertà alle realtà che generano comunione e maggiore valore alla tradizione in cui ciascuno cresce, che forgia la personalità e che sola può essere un punto di partenza per un dialogo “aperto” e sincero.

Stella Marina